INTERVISTA – In mostra al Mudec, fino al 7 novembre: Tina Modotti, fotografa dallo sguardo rivoluzionario. Parla la curatrice Biba Giacchetti

Il Mudec di Milano celebra la riapertura dei musei post emergenza Covid con un grande nome della fotografia del primo Novecento: Tina Modotti, nata a Udine il 17 agosto 1896, morta a Città del Messico

Il Mudec di Milano celebra la riapertura dei musei post emergenza Covid con un grande nome della fotografia del primo Novecento: Tina Modotti, nata a Udine il 17 agosto 1896, morta a Città del Messico il 5 gennaio 1942.  A torto dimenticata (ma anche osteggiata per la sua militanza politica e la sua vita “scandalosa”), dopo anni di oblio la sua figura è stata sempre più spesso al centro dell’interesse sia degli studiosi che del vasto pubblico degli appassionati e non solo in Italia. La mostra Tina Modotti: donne, Messico e Libertà (visitabile fino al 7 novembre 2021) è promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da 24 Ore Cultura-Gruppo 24 Ore, ed è inserita nell’ambito del palinsesto 2021 del Comune di Milano I talenti delle donne. Il progetto espositivo è curato da Biba Giacchetti, che ha ottenuto la preziosa collaborazione del Comitato Tina Modotti di Udine (nato nel 1989 su iniziativa del fotografo friulano Riccardo Toffoletti, scomparso nel 2011 al quale moltissimo si deve per la riscoperta della Modotti, come artista).  

Ne abbiamo parlato con Biba Giacchetti, curatrice della mostra e presidente e fondatrice di Sudest57, una delle agenzie di riferimento in Italia per la fotografia d’autore, che rappresenta autori e professionisti della fotografia a livello nazionale e internazionale nel campo del reportage, ritratto, moda e pubblicità. 

Che cosa offre di nuovo questa mostra?
«Volevamo che fossero le sue opere a parlare, da cui si evincono il talento e l’impegno politico, umano e sociale di questa grande artista; perché al di là del grande rumore di fondo delle rappresentazioni più o meno romanzesche della sua vita, rimangono le sue fotografie, dove arte, storia personale e Storia universale sono inscindibili. Da quando dagli anni Settanta in poi sono state scritte su di lei biografie o pseudo-biografie, mal documentate o travisate da pregiudizi ideologici, il principale interesse degli studiosi è stato di indagarne la vita avventurosa e la figura di donna libera ed emancipata, amante di artisti e rivoluzionari, su uno sfondo misterioso di complotti politici, attentati, spionaggio, polizie segrete. È invece passata in secondo piano l’analisi della sua opera fotografica, di cui sono rimaste tracce chiare, luminose appunto. Approccio in parte comprensibile, alla luce di una biografia a dir poco tumultuosa, ma ridurre Tina Modotti alla retorica dei suoi tanti biografi non rende giustizia alla vitalità di uno sguardo rivoluzionario che si incarna nella sua fotografia e che riesce a creare ancora oggi emozione, a più di settant’anni dalla sua scomparsa».

Giglio, Città del Messico, 1925.

Come si è avvicinata alla figura di Tina Modotti?
«Il mio incontro con Tina inizia nel 1981 durante uno dei miei viaggi a New York, quando la fotografia per me era ancora solo passione; presso lo Strand Bookstore, una libreria di libri usati sulla 12esima strada, trovo il libro A fragil life scritto dalla storica dell’arte americana Mildred Constantine, che aveva conosciuto Tina Modotti nel 1941. Si tratta della prima biografia dettagliata sulla fotografa, pubblicato nel 1977, in occasione della retrospettiva che il Moma di New York aveva dedicato a Tina, dopo un silenzio di trent’anni dalla sua morte, avvenuta nel 1942». 

Cosa l’ha maggiormente colpita come artista e come donna?
«Due cose, avvicinandosi a Tina Modotti, colpiscono immediatamente: l’impegno politico e l’amore. Lei si definì una “irrecuperabile ribelle”. È stata una donna di sorprendente modernità, totalmente consapevole e libera. Libera di scegliersi più amori, di impegnarsi in un destino da lei scelto. Donna di incendi e rivolta, vive tutto in maniera appassionata. Incurante di schemi e convenzioni. Perennemente in lotta tra “arte e vita”, tra passione e rivoluzione. Il lascito di Tina per la storia della fotografia è importante: intuì la forza di denuncia dell’immagine. Pioniera del racconto fotogiornalistico, è riuscita a consegnare ai posteri uno spaccato inedito di un periodo storico tragico e fondamentale: gli anni Venti del Diciannovesimo secolo». 

Tina Modotti, appena arrivata negli Usa, intorno agli anni 20.

La mostra espone un centinaio di fotografie…
«La produzione artistica di Tina fu come la sua vita: intensa, e si concentra negli anni vissuti in Messico dal 1923 al 1930. Il Messico fu il grande amore di Tina, nonostante le alterne vicende che vi attraversò; terra di passioni e tumulti, in cui la giovane Tina trova rifugio, amore e soprattutto ispirazione. In Messico, nel 1923, inizia la vicenda di Tina Modotti fotografa. In Messico trova la sua vera voce. Sempre in quel Paese, dopo sette anni, la sua carriera fotografica si conclude. Il Messico dei primi anni Venti vive uno straordinario rinascimento culturale sull’onda della rivoluzione: una concentrazione sorprendente di artisti, intellettuali e rifugiati politici di tutto il mondo. Tina sarà al centro della vita politica e culturale di questa città, frequenta i grandi muralisti come Diego Rivera, Carlos Orozco Romero, David Alfaro Siqueiros, per citarne alcuni, diventa intima amica di Frida Khalo. È questo il clima nel quale va inquadrata la sua opera fotografica, della quale restano da approfondire alcuni punti. Per esempio, non è ancora stato realizzato un catalogo completo del corpus fotografico, di cui manca un’analisi puntuale e sistematica. Le immagini scattate da Tina giunte sino a noi sono stimate poco più di 200, alcune delle quali ritrovate in maniera davvero rocambolesca, e oggi esposte nei più importanti musei del mondo, hanno quotazioni altissime e sono contese dai più grandi collezionisti. Secondo le ricerche più aggiornate ne avrebbe invece realizzato nella sua attività molte di più, circa 500. Non tutte sono emerse e a quelle ancora “sommerse” storici, critici e collezionisti stanno dando una caccia spietata. E ci si mette anche la sottoscritta».

In che senso?
«In uno scatto che ritrae Tina accanto alle sue opere, esposte in occasione della sua mostra personale a Città del Messico nel 1929, c’è la foto di un traliccio d’alta tensione. Dove ha scattato quella foto? Dove è finito lo scatto originale? Trovarlo costituirebbe un ulteriore tassello della mia ricerca su Tina a cui dedicarmi». 

La passione per la fotografia di Modotti si sviluppò a partire dall’incontro con Edward Weston, uno dei più grandi fotografi del `900, di cui fu modella, musa, poi anche amante e allieva…
«Tina nasce in una famiglia povera e operaia, a dodici anni già lavora in una fabbrica tessile. Le fonti sostengono che lei non fosse digiuna di fotografia, praticata forse già a Udine nello studio dello zio paterno prima di lasciare l’Italia a 17 anni, per raggiungere il padre emigrato tempo prima a San Francisco. È altrettanto fuor di dubbio che è con Weston, attraverso la passione per Weston, che Tina trova il suo vero mezzo espressivo: la fotografia. Insieme, nel 1923 da Los Angeles partono per Città del Messico, allora polo di attrazione per tutte le avanguardie politiche e culturali del mondo. Lei ha 25 anni, lui 34, è sposato e ha quattro figli. In Calle Lucerna al 12 aprono lo studio fotografico. Tina apprende la tecnica fotografica, ma nel giro di breve tempo sviluppa un suo personalissimo linguaggio fotografico. Se Weston ricerca immagini di assoluta perfezione stilistica e formale, dove il reale si fa simbolico, lei al contrario registra l’imperfezione, il passaggio del tempo, porta alla superficie le macchie, le crepe. I primi scatti sono dedicati ai fiori del Messico. Le calle di Tina sono diverse… hanno quasi delle rughe, sono più fragili. Le prime fotografie sono controllatissime, l’inquadratura è millimetrica. Le simmetrie di pali della luce sovraesposti, con i fasci di cavi in fuga verso il cielo o le geometrie della tenda di un circo o della gradinata di uno stadio. A mano a mano che il Messico le si rivela e che lei stessa si immerge nella società messicana, il suo sguardo si trasforma. L’impegno sociale e politico e i contatti con gli artisti dell’avanguardia messicana, animati dall’ideale di un’arte a servizio della rivoluzione, sono i due fattori fondamentali che contribuiscono a questo cambiamento. Esaurito il rapporto, alla fine del 1926, Weston decide di tornare negli Stati Uniti, Tina sceglie invece di restare; si lega a Xavier Guerrero, fondatore di El Machete e si iscrive al Partito Comunista Messicano, suggellando indissolubilmente il legame fra le sue grandi passioni: rivoluzione e fotografia».  

Cosa diventa la fotografia per Tina impegnata nella militanza politico-sociale?
«“Mi considero una fotografia, e niente più. Cerco di produrre oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni e penso che possa essere questo il mio contributo a un mondo migliore”. In questa sua frase c’è, forse, il senso della sua opera che si indirizza verso una fotografia d’indagine e denuncia sociale. Di chi non vuole solo ritrarre il mondo, ma anche rivoluzionarlo, cambiarlo. Gli occhi di Tina e la sua pesante Graflex, acquistata grazie alla collega Dorothea Lange, puntano sulla fatica del lavoro quotidiano, la povertà…». Uomini invecchiati nei campi, mani su un badile con calli e rughe, mani sporche di sudore e terra. La miseria è un crimine e la fotografia di Modotti lo afferma senza pietismi o falsa compassione, grazie alla sensibilità verso gli umili e i diseredati, maturata negli anni della povera infanzia in Friuli. C’è sempre dignità in queste immagini dei campesinos, dei diseredati, degli indigeni. Tina Immortala le marce, gli scioperi, un oceano di sombreri che confluiscono in una manifestazione, campesinos che si stringono attorno a una copia di El Machete (organo del partito comunista messicano – NdR). E insieme i simboli della rivoluzione: la falce e il martello, la pannocchia e la cartucciera, come il celebre scatto Donna con bandiera del 1927 dove ritrae una donna che con passo militare e sguardo pieno di dignità, regge la bandiera messicana al rientro da una manifestazione comunista. Sono immagini che vengono pubblicate sulle riviste e sui giornali di sinistra di tutto il mondo. L’ impegno politico offre un nuovo senso alla sua fotografia. Ogni scatto un grido di ribellione, una promessa di solidarietà. Senza rinunciare alla bellezza delle forme che Edward le aveva trasmesso, penso ad esempio agli still life della pannocchia, chitarra e cartuccera in cui lo stile è essenziale, basato sulla composizione maniacalmente calibrata di oggetti simbolo della rivoluzione». 

Qual è il suo preferito fra gli scatti di Tina in mostra?
«La serie intitolata Donne di Tehuantepec (l’immagine è anche locandina della mostra, prima foto in alto – NdR), che portano frutta e fiori sulla testa, dentro zucche dipinte chiamate jicapexle. Donne forti, coraggiose, sensuali e bellissime, simbolo di una cultura zapoteca matriarcale, quelle di cui la famosa pittrice Frida Kahlo indossava i coloratissimi costumi tradizionali. Tina scatta immagini magnifiche scegliendo di riprenderle dal basso per sottolinearne le forme statuarie, e ne esprime appieno l’orgoglio e la regalità. A vederli oggi, gli scatti sono di una potenza commovente».

Quale immagine porta invece nel cuore?

«È quella fatta a Tina da un fotografo sconosciuto in occasione della sua unica retrospettiva in vita nel dicembre 1929 presso la Biblioteca National dell’Universidad Nacional Autonoma de Mexico, dove la fotografa espone tutte o quasi le immagini scattate in Messico dal 1923 al 1929, di cui parlavo prima. Tina è con le braccia conserte, maglione nero, i suoi occhi color carbone sono tristi e preoccupati. Invecchiata precocemente. Sceglie di posare sotto il ritratto di Julio Antonio Mella, compagno di lotta politica e suo grande amore, ucciso non ancora ventiseienne pochi mesi prima, la notte del 10 gennaio da due sicari inviati dal dittatore cubano Machado, mentre era al braccio di lei e stavano rincasando. Tinissima la chiamava lui (e Tinissima era anche il soprannome datole dalla madre), e quando usciva di casa senza incrociarla le scriveva: “Ti ho attesa, devo andare, lascio un fiore al mio posto”. Fisso quello sguardo profondo, struggente, malinconico di Tina, e vorrei poterla abbracciare. È lo sguardo di una donna che aveva vissuto passioni, dolori, delusioni laceranti. È un anno terribile questo 1929 per Tina: perde il grande amore della sua vita e viene incolpata di connivenza, la sua vita privata, i suoi nudi scattati da Edward Weston, tutto sarà oggetto di una sensazionale campagna diffamatoria, subisce gli arresti domiciliari, interrogatori, perquisizioni, poi scagionata, anche grazie al sostegno di Diego Rivera che interverrà negli appelli a sua difesa. Poche settimane dopo sarà accusata di un nuovo attentato al presidente messicano, imprigionata ingiustamente e infine espulsa dal Messico come “straniera pericolosa”. Il 24 febbraio 1930 Tina Modotti si imbarca sulla nave da carico Edam. Destinazione: Europa. È l’inizio di una nuova vita, l’ennesima. Da migrante e rivoluzionaria». 

Le fotografie scattate a Berlino nel 1930 esposte nella mostra sono forse le ultime. Secondo lei perché abbandonò la fotografia?
«Anche se era riuscita a vendere l’ingombrante Granflex e a sostituirla con una modernissima (e introvabile in Urss) Leica mod. 1932 con esposimetro incorporato, non riuscì più a fotografare e, arrivata a Mosca, rifiutò di essere la fotografa ufficiale del regime. Anche durante la Guerra Civile spagnola non fotografò, come pure fecero Robert Capa e Gerda Taro, che lei conobbe, ma lavorò, con il nome di battaglia di Maria, negli ospedali dei combattenti repubblicani e nella propaganda. Stanca di queste morti, Tina osserva ma non fotografa. Ci si interroga sul perché di questa crisi espressiva: le difficoltà nel trovare i materiali fotografici per la sua Granflex e nell’ottenere i permessi per gli scatti non sono motivi sufficienti a giustificare una crisi artistica così profonda. Come disse il regista Sergej Eisenstein, Tina aveva sacrificato l’arte per la politica. Smise di fotografare per non smettere di essere sé stessa. Scriveva Tina: “L’arte non può esistere senza la vita, lo ammetto, ma nel mio caso la vita è sempre in lotta per il predominio e l’arte ne soffre”. È l’impegno politico – che aveva condotto in parallelo alla carriera di fotografa nel periodo messicano – a prendere il sopravvento su ogni altro interesse». 

Non riesce più a fotografare, neanche al suo ritorno in Messico?
«Dopo la guerra civile spagnola, Tina riesce a ritornare nel 1939 in Messico sotto falsa identità. Neanche questo ritorno la convincerà a riprendere in mano la macchina fotografica. Provata nello spirito e nel corpo, vive ancora qualche anno in estrema povertà facendo traduzioni (grazie alla sua conoscenza di cinque lingue), si dedica al soccorso dei reduci, sempre più stanca, sempre più triste, lacerata da delusioni profonde. Eppure mi piace pensare che se avesse potuto avere una vita più serena, se fossi vissuta più a lungo, Tina si sarebbe riavvicinata alla fotografia. In maniera diversa. Non ne ha avuto il tempo».

Morì all’alba del 6 gennaio 1942. Sola, su un taxi nelle vie di Mexico City a soli 46 anni. La sua fine, come tutta la sua vita, fu avvolta da ipotesi leggendarie di complotti
«Nel già complesso romanzo della sua vita, ognuno ha voluto scrivere un proprio capitolo. Ce n’è per attenersi ai fatti. Più probabilmente quella notte, dopo aver cenato con amici in casa dell’architetto Hannes Meyer, Tina fu colpita da infarto, e morì nel taxi che la stava riportando a casa. Era malata di cuore, stroncata anzitempo da una vita di persecuzioni, privazioni, arresti e fughe, povertà e fatiche e, fra amanti e amici, troppe erano state le dolorose perdite dovute all’insensatezza di un periodo socialmente travagliato e tumultuoso, tanti combattenti le erano morti tra le braccia in Spagna e non credo che le importasse molto morire anche lei. Nella sua borsetta fu trovata una foto dell’uomo che più amò in vita, Julio Antonio Mella».

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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