Nomadland, quando libertà rischia di far rima con sradicamento e precarità

Il film Nomadland (Usa 2020, regia di Chloé Zhao, tratto dal librio omonino di Jessica Bruder, vincitore di tre Oscar, un Leone d’Oro e un Golden Globe) nelle sale cinematografiche in questi giorni è una

Il film Nomadland (Usa 2020, regia di Chloé Zhao, tratto dal librio omonino di Jessica Bruder, vincitore di tre Oscar, un Leone d’Oro e un Golden Globe) nelle sale cinematografiche in questi giorni è una pellicola che racconta quali sono le estreme conseguenze verso cui ci spinge la nostra società occidentale. Nell’accentuarne le tendenze chiarisce e illumina il nostro presente. Nella vita nomade della sessantenne Fern – l’attrice protagonista premio Oscar Frances McDormand; gli altri attori sono quasi tutti non attori che interpretano se stessi – si intrecciano la storia sociale collettiva e la storia individuale.

Il fatto che costringe la Fern protagonista a cambiare vita è la morte del suo compagno e la contemporanea chiusura della fabbrica che dava da vivere a tutto il paese, che quindi si spopola completamente. La donna si ritrova così senza famiglia ma è anche sparito l’ambiente sociale che poteva supportarla. Ha perso la fonte di sostentamento e l’attività che le riempiva le giornate. Il sussidio di disoccupazione non basta a coprire le spese di una casa.

Eppure non è solo un film di denuncia sociale. Cosa rimane di una persona dopo che ha perso le “formazioni sociali dove si svolge la sua personalità”? (Costituzione italiana art.2). E senza il conto in banca per fluttuare da un’esperienza all’altra?

Questa mi sembra essere una delle domande più originali che affronta il film.

Fern lascia il paese e inizia a girovagare per gli Usa con un van che diventa la sua casa, alla ricerca di lavori stagionali. In questa vita incontra molte persone come lei: single e avanti con gli anni come lei (e come in Italia!). Come lei senza soldi sono quindi costrette a trovare nuove risorse economiche, psichiche e sociali per affrontare i momenti duri che può riservare la vita da soli: dal bucare una gomma in mezzo al deserto all’affrontare una malattia. Ma anche sopportare la quotidianità di un lungo inverno passato in un furgone o il pensiero terribile di un figlio finito male.

Un signore, Bob Wells, che nel film interpreta se stesso, dà a queste persone un’occasione di socialità. Wells è l’ideatore di periodici raduni stanziali di furgoni, proprio come fanno i nomadi (uno di questi è Rubber Tramp Rendezvous, in Arizona, il più grande del mondo), dove Fern si reca nella finzione filmica e trova persone in carne e ossa, che diventano intepreti di se stessi nella pellicola. La socialità tra questi signori è mostrata nelle sue molte sfaccettature. Ognuno trova il suo personale equilibrio tra due bisogni opposti: tra il bisogno di compagnia e di supporto e il bisogno di non rinunciare alla propria individualità di persone che ormai hanno alle spalle storie diverse.

Come non vedere in queste due polarità una delle tensioni che riempono le vite della nostra epoca?

L’assenza della casa e della famiglia, assente o patologica, si avverte come presenza importante nella vita affettiva di queste persone. Davanti alla telecamera sono individualità nude, persone reali e non attori, vestiti di dignità.

La socialità nel film è fatta anche di condivisioni a distanza su Fb di momenti importanti con amici nuovi ma molto prossimi in spirito. I social sono quindi una risorsa, come lo è la possibilità di lavorare per una piattaforma Amazon, che offre uno stipendio senza chiedere un curriculum speciale. Che questi colossi siano anche co-responsabili delle trasformazioni che hanno portato all’impoverimento e alla perdita di quella socialità territoriale che ha sempre fatto da sostegno non si fa cenno, ma è implicito.

Il film ha il coraggio di dire che ormai la realtà è questa. Indietro non si è mai tornati nella storia (a meno di catastrofi ancora maggiori) e non si tornerà. Bisogna trovare risorse nuove.

Questo è anche il coraggio della protagonista. Lo si vede nella scena in cui torna a vedere la casa, ormai vuota come un guscio, dove aveva vissuto vent’anni con suo marito, e guarda il panorama che ha visto tante volte. Accenna a un sorriso, forse pensando a un bel ricordo col suo uomo, ma non cede alla nostalgia. Va avanti senza per questo indurire il suo cuore. Accetta di guardare il dolore e ne usa la tenerezza per prendere il coraggio e la forza.

Frances McDormand interpreta ancora una volta in modo esemplare, come nel film “Tre manifesti a Ebbing”, il ruolo di una donna che affronta i grandi dolori di una piccola vita con spirito di grande guerriero.

Sono un insegnante con la passione dei piccoli giornali: quella voglia di comunicare, riflessiva e pubblica, non filtrata dalle barriere all'ingresso dei grandi giornali. Complice la curiosità, peggio di quella dei gatti. Tengo un blog su Altervista che si chiama iltrenodelladomenica.

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