Il non detto (e le balle) della flat tax

Alla fine, il tema delle tasse finirà per essere il tema forte della campagna elettorale. Tutto il resto – migranti e rapporti con l’Europa compresi - resta un gradino al di sotto della soglia massima

PortosFlattaxAlla fine, il tema delle tasse finirà per essere il tema forte della campagna elettorale. Tutto il resto – migranti e rapporti con l’Europa compresi – resta un gradino al di sotto della soglia massima di attenzione, ove campeggia sua maestà il danaro. Più che comprensibile.

Tutti i partiti propongono una revisione/riduzione del sistema impositivo, ma riconosciamo alla Lega e a Berlusconi il merito (se merito è) di aver focalizzato il dibattito sulla loro proposta regina: la flat tax. Di questo soprattutto si discute, e potrebbe essere l’elemento decisivo della consultazione elettorale.

Aliquota uguale per tutti

La flat tax significa letteralmente tassa piatta (non so perché qualcuno la chiama “forfettaria”). Consiste nell’introdurre una sola aliquota, uguale per tutti: 15 % dice la Lega, 23 (o 20, poi vedremo) dice Forza Italia.

Proporzionalità sì

Aliquota unica (15 o 20 o 23) significa pagare in proporzione al proprio reddito. Il principio costituzionale della proporzionalità è dunque rispettato. Non lo è quello della progressività, se non col correttivo del tutto trascurabile delle deduzioni e delle detrazioni.

Si parla tanto di coperture…

Spiace rilevare che dal vivace dibattito politico-economico che si è inevitabilmente acceso attorno a questa proposta sia quasi del tutto assente proprio il tema della progressività: tutti i calcoli e le contese sulle coperture e l’efficacia impositiva sono utili e giusti. Anche perché tendere ad una semplificazione è esigenza giusta e condivisibile.

…ma non di progressività

Ma prima ancora bisognerebbe domandarsi se questa proposta corrisponde ai principi (di civiltà prima ancora che costituzionali) di giustizia sociale. Lo scaglionamento delle aliquote potrà essere discutibile per la sua complessità o farraginosità, ma tende ad alleggerire il costo dello Stato per le fasce più deboli: la progressività (ovvero la diminuzione dell’aliquota dai redditi più elevati a quelli meno elevati) rappresenta proprio la difesa dei redditi bassi e medio-bassi.

Cavallo di battaglia leghista

La flat tax, da cavallo di battaglia della Lega che per prima ne ha fatto il perno della propria proposta fiscale, è diventata la bandiera di Forza Italia. Berlusconi, nel suo videomessaggio ne rivendica la primogenitura: in realtà, se ne è impossessato dopo aver capito che l’aggressività di Salvini faceva breccia anche nel suo elettorato.

Meno tasse, meno tasse, meno tasse

La flat tax è per Berlusconi il grimaldello per rilanciare con forza il suo incrollabile articolo di fede, che così egli compendia: “La direzione da prendere si può riassumere in tre punti: Primo: meno tasse. Secondo: meno tasse. Terzo: meno tasse”. Chiarissimo. E in effetti la flat tax, comunque applicata – sia nella versione Salvini (15%) sia in quella Berlusconi (20) sia in quella Brunetta (23) – si traduce in una riduzione dell’imposizione diretta per tutti.

Chi risparmia 132 euro e chi 10mila. Ma come?

Fatti i conti sui redditi imponibili, e applicando la versione meno drastica (il 23), il risparmio annuo per chi guadagna meno di 15mila euro è di 123 euro. E parliamo del 45,48% dei contribuenti. Chi arriva a 28mila ha un risparmio di 1.284. Più si sale, più il vantaggio cresce: tra 80 e 90mila si risparmiano 10.170 euro all’anno. Una progressività all’incontrario.

Deduzioni: modesto correttivo

Esistono, nella flat tax di Berlusconi (che Brunetta però ignora sostenendo il 23 % contro il 20 dichia- rato dal suo principale) alcune deduzioni, per i singoli e per i nuclei familiari (e qui i piani di Forza Italia e Lega divergono un po’), che restituiscono un minimo di progressività all’imposizione. In che misura? Difficile fare una stima precisa, ma siamo certamente sotto l’1 % di correttivo.

Meno gettito fiscale

Ovviamente la flat tax comporta un minor gettito fiscale complessivo. E qui si apre la polemica sulle coperture. Ho letto decine e decine di articoli e studi, di diversa estrazione politica, con miriadi di cifre e percentuali, e ne ho ricavato la conclusione che neppure sulla reale entità del gettito fiscale attuale c’è univocità. Ma una cosa è sicura: se chi prima pagava il 33 ora paga il 15 (o il 20 o il 23), l’erario incassa di meno.

Quanti miliardi occorrono?

Quindi il problema delle coperture esiste. Che sia di 20 miliardi (le stime più prudenziali del centrodestra) o di 70 o 120, il problema esiste. Esiste perché lo Stato, anche uno Stato riformato o affamato (come invoca Nicola Porro, poeta della teologia liberista) ha bisogno di risorse per funzionare. Che queste risorse debbano essere cercate per consentire ai ricchi di pagare di meno, questo resta, a mio avviso, il nodo centrale.

Evviva, c’è la fedeltà fiscale

Le coperture? Con la massima buona volontà, questo ho trovato: la compliance, le tax expenditures, il solito condono fiscale. Il lessico americanese viene sempre in soccorso ai novatori. Compliance significa remissività, condiscendenza. Dice Claudio Borghi, considerato l’economista della Lega: «Se il cittadino, invece di un sistema astruso, incomprensibile, demandato a intermediari, capisce che gli viene richiesta un’aliquota giusta, bassa e sui suoi redditi è molto più propenso alla fedeltà fiscale». Io questo lo chiamo atto di fede, ma forse sono pessimista.

Cosa sono le tax expenditures?

Sono deduzioni e detrazioni fiscali (una marea) che riguardano un’area di spesa valutata sui 175 miliardi (per altri, 313: chi ci capisce?). A che titolo vengono consentite? Agevolazioni fiscali settoriali, molte delle quali sono lobbistiche e parassitarie, ma altre hanno una funzione di reale sostegno soprattutto delle piccole e medie imprese. Quanto si può ricavare riducendo quest’area, ammesso che sia fattibile? Nessuno lo può dire se non sparando cifre a casaccio.

In arrivo il solito condono

Poi Brunetta ci spiega che ci sono le pendenze fiscali, un “numero stratosferico” (20 milioni di contenziosi). Chiudiamole, dice Brunetta, prevedendo “un gettito aggiuntivo intorno ai 10 miliardi per quattro anni”. Come si fa a liquidare le pendenze fiscali e a prevedere un gettito aggiuntivo? A me viene in mente solo una parola: condono.

Flat tax: e dove la troviamo?

Per completare il quadro, vale la pena di domandarsi perché di una ricetta così esemplare come la flat tax non si avvalgono tutti paesi, compresi quelli (e non sono pochi) che hanno un impianto burocratico e amministrativo più sciolto del nostro. Scorriamo l’elenco della quarantina di paesi che l’hanno adottata e non troviamo nessuna nazione dell’Europa occidentale, non la Germania e la Gran Bretagna, non la Francia e la Svezia, non l’Olanda e la Spagna.

La fandonia su Kennedy e Reagan

E non troviamo neanche il Canada o l’Australia. E nemmanco gli Stati Uniti, che pure hanno avuto Reagan, la premiata famiglia Bush e ora hanno Trump. «La flat tax?» si chiede Berlusconi. «Si tratta di uno strumento di straordinaria efficacia per far ripartire la crescita come è successo con Kennedy e Reagan in America» (Il Giornale, 1 febbraio). La disinvoltura con cui Berlusconi inventa i fatti (ovvero mente) è senza pari. Kennedy non ci pensava proprio, quanto a Reagan, ha sì abbassato le tasse, ma ha mantenuto quattro scaglioni di aliquota, altro che tassa piatta!

Non la vuole neanche Trump

E Trump?
 Ha abbassato le tasse, come aveva promesso, ma mantenendo criteri di aliquote differenziate: insomma, i presidenti conservatori Usa diminuiscono le tasse, ma non cancellano la progressività. Circa i vantaggi della diminuzione generale dell’imposizione fiscale, è appena il caso di notare che normalmente producono crescita economica, ma anche crescita del debito pubblico. Il che conferma che il problema delle coperture è di difficile soluzione anche in paesi molto più solidi del nostro. 

Reagan e Clinton

Epperaltro, come ricordava di recente il premio Nobel dell’economia Paul Krugman, l’economia americana crebbe mediamente del 3 % con Reagan (impennata all’inizio e recessione alla fine del mandato), ma lo stesso tasso l’ha avuto con Bill Clinton, che praticava una politica fiscale del tutto diversa.

Negli Usa no, ma alle Seychelles…

Dunque, per trovare la flat tax bisogna andare a Hong Kong, nei paradisi fiscali (Belize, Seychelles, Jersey, Trinidad e Tobago etc.) oppure in buona parte dei paesi ex comunisti dell’Europa orientale, non so quanto esemplari per ordine pareggio di bilancio (e per tenuta democratica, aggiungerei). Con la significativa vicenda della Slovacchia che, dopo aver adottato la flat tax nel 2004 (19%), ha fatto marcia indietro quattro anni dopo.

Le invenzioni di Berlusconi

L’Italia non gode di buona salute, gli effetti della crisi non sono superati. Ma per delinearne i mali è sufficiente attenersi ai dati reali. Senza inventarne. «La disoccupazione non è mai stata così alta, un giovane su due non riesce a trovare lavoro, la pressione fiscale ha raggiunto un livello mai toccato prima», ha detto Berlusconi.

Disoccupazione reale

No, non siamo contenti di come vanno le cose, ma la disoccupazione oggi è al 10,8 % (dato Istat), ed è in continuo calo, dopo aver toccato punte oltre il 13 %. La disoccupazione giovanile è al 32,4, una percentuale altissima, ma un conto è dire uno su due e un conto è dire uno su tre.

Pressione fiscale? Con Berlusconi era più alta

E la pressione fiscale? Berlusconi l’ha lasciata nel 2011 al 43,5 (dati Istat), oggi (o meglio: 2017) è al 42,5. Si può fare meglio? Sicuramente, a partire da un serio e veridico racconto della realtà. Che sia la flat tax il rimedio non direi proprio. Soprattutto per gli effetti devastanti che avrebbe sui servizi (assistenza, previdenza, sanità, scuola, trasporti) non appena i conti pubblici cominciassero a fare acqua e si rendesse necessaria qualche “manovra aggiuntiva”.

Piero Pantucci
Illustrazione: Portos
(Febbraio 2018)

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO