In memoria di Nori

Libertà va cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta. (Dante, Purgatorio, canto I) Nori Brambilla Pesce non rifiutava la vita; tutt’altro, ma per la sua libertà e per la libertà dell’Italia, dopo

nori_brambillaLibertà va cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta. (Dante, Purgatorio, canto I)

Nori Brambilla Pesce non rifiutava la vita; tutt’altro, ma per la sua libertà e per la libertà dell’Italia, dopo venti anni di fascismo, la sua vita era pronta a sacrificarla.

Nori nasce in un quartiere operaio, a nord di Milano, in una casa di ringhiera dove tutti sapevano di tutti. Il padre, operaio, lavorava alla Bianchi, famosa fabbrica di biciclette e anche la madre lavorava in una piccola industria. Il tenore di vita era quello tipico delle famiglie operaie: pochi mezzi finanziari, ma grande dignità.

Papà Romeo e mamma Maria, persone semplici ma intelligenti, avevano ben capito la natura dispotica e oppressiva del fascismo e cercavano di infondere questa visione anche nelle figlie, specie nella maggiore, Nori. Per tre anni Nori frequentò la scuola professionale femminile “Caterina da Siena” che, dopo il triennio, dovette abbandonare con grande dispiacere poiché, proseguire negli studi, sarebbe stato un sacrificio insopportabile per i genitori. In compenso leggeva molto ed accedeva a ogni breve corso per arricchire la sua preparazione: dattilografia, stenografia e francese. L’inglese no perché l’Inghilterra era il nemico plutocratico da combattere, secondo la concezione fascista del tempo.

A 14 anni trovò posto, come impiegata, alla Paronitti. È qui che conobbe Delfina, una collega che tanta influenza ebbe nel percorso della sua vita. Delfina le parlò del partito comunista lasciandola sbalordita perché nessuno si era mai espresso così apertamente in un’epoca di assoluto divieto ideologico se non quello imposto dal regime. Delfina si dimostrò un’amica fidata con la quale affrontare argomenti ardui per chiarire inevitabili incertezze e approfondire conoscenze storico/politiche.

Intanto scoppia la guerra e inizia l’immane tragedia. Nori, ormai introdotta nella politica attiva, partecipa all’organizzazione degli scioperi del marzo ‘43, contro la fame, i bassi salari, il fascismo, la guerra. Dopo l’armistizio dell’8 settembre e lo sfacelo dell’esercito italiano, Nori e sua madre entrano a far parte dei Gruppi di difesa della donna con il compito di aiutare i soldati allo sbando, distribuire giornali clandestini come Noi donne e altre attività di contrasto al ricostituito Partito nazionale fascista e alla Repubblica sociale di Salò.

Entrare in clandestinità fu, per Nori, un naturale percorso. Avrebbe voluto andare in montagna e raggiungere i partigiani combattenti, ma la persuasero che sarebbe stata più utile in città. Fu così che entrò a far parte del 3a GAP (Gruppi di azione patriottica) “Egisto Rubini”.

Le staffette partigiane, come Nori, mantenevano il collegamento tra gappisti e Comando, recapitavano ordini, trasportavano armi ed esplosivi. Capitò che mentre trasportava un pacco di esplosivo di 10 chili, avendo preso un mezzo pubblico, due militi repubblichini vollero aiutarla a scendere dal tram col pesante involucro e l’accompagnarono per un tratto di strada. Pur avendo il cuore in tumulto Nori, che da ora chiameremo Sandra, suo nome di battaglia, riuscì a non tradirsi ostentando un’apparente serenità.

Chi la tradì, invece, fu un partigiano passato al nemico, tale Arconti. Era il 12 settembre 1944. La catturarono nei pressi del cinema Argentina, in Milano, e la trasportarono alla Casa del Balilla di Monza dove, lo spietato sergente delle SS Wernig, la sottopose a interrogatori sempre più duri con inaudite torture. Voleva sapere dove si trovava il bandito Visone, ovvero Giovanni Pesce che era il comandante dei GAP di Milano e di parte della Lombardia. La sua cattura avrebbe significato un duro colpo, una grave perdita per il Movimento partigiano oltre che la sua sicura morte.

Fra Nori/Sandra e Visone/Giovanni era nata una profonda simpatia tramutatasi ben presto in quella strana alchimia dei sensi che si chiama amore. Wernig, per non stancarsi troppo, si dava il cambio con “l’ucraino”, un aguzzino robusto, dal viso butterato che usava una frusta di cuoio, il cosiddetto “gatto a sette code”, strumento di flagellazione provvisto di cordini armati di chiodi o pezzi di ferro. Quando il dolore delle ferite inflittele era insopportabile, Nori sveniva. La domanda era sempre la stessa: “dove si trova Visone?”. Durante l’addestramento i comandanti GAP avevano raccomandato che, se qualcuno fosse finito nelle grinfie dei nazisti o fascisti, avrebbe dovuto resistere 24/48 ore per consentire eventuali fughe.

Nori/Sandra resistette alle torture sempre, sebbene fosse ridotta a un cumulo di stracci sanguinanti. Incredibile come una fragile donna di 21 anni abbia potuto sopportare tanto. Fu quasi un sollievo quando la trasferirono a San Vittore dove, pietose suore, cercarono di curarle le numerose e purulenti piaghe. La prigionia continuò nel campo di raccolta e transito di Bolzano dove si radunavano i prigionieri destinati ai campi di concentramento in Germania. Topi, cimici e pidocchi, infestavano i giacigli delle prigioniere, ma erano soprattutto fame e freddo i nemici principali da combattere oltre la grande angoscia di essere trasferite nei lager.

Per fortuna la guerra finì prima che ciò avvenisse. A piedi e a marce forzate, i prigionieri del campo si avviarono verso le città di provenienza. Immensa fu la gioia dei genitori e della sorella Wanda nel rivedere Nori, mal ridotta, ma viva. Incontenibile la felicità nell’incontro con l’amato Visone, Giovanni Pesce eroe, non solo della guerra partigiana in Italia, ma della guerra di Spagna contro l’usurpatore Francisco Franco e il franchismo, omologo al fascismo. Nori e Giovanni si sposarono il 14 luglio 1945, anniversario della presa della Bastiglia. Il rito civile (uno dei primi del dopoguerra), fu celebrato dal primo sindaco socialista Antonio Greppi.

Ancora lunga, fino alla sua scomparsa, avvenuta il 6 novembre 2011, fu la storia umana e politica di Nori al fianco di Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, deceduto il 27 luglio 2007 e tumulato nel “Famedio” al Monumentale, il Pantheon milanese degli uomini illustri.

Dopo la scomparsa di Giovanni Pesce, nel 2010 Nori ha fondato l’Associazione “Memoria Storica – Giovanni Pesce”. È, fra le tante donne partigiane, insignita di Croce di merito di guerra al valore partigiano e di medaglia d’oro di Benemerenza del Comune di Milano (2006). L’Esercito italiano l’ha equiparata a sottotenente di collegamento. Si potrebbero sprecare tanti aggettivi nel definire questa eroina del nostro recente passato. Chi l’ha conosciuta sa che era schiva, modesta e che difficilmente raccontava le sue gesta, come è tipico dei grandi cuori che elargiscono a piene mani tutto il bene possibile senza nulla chiedere in cambio.

Pinuccia Cossu

 

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

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