Ma Parigi val bene una messa?

A conti fatti, credo si debba essere grati a Beppe Grillo. Perché - anche se non era probabilmente questo il suo intento - ha contribuito a rimettere la politica in piedi. Se l’antipolitica è il

Immagine 4A conti fatti, credo si debba essere grati a Beppe Grillo. Perché – anche se non era probabilmente questo il suo intento – ha contribuito a rimettere la politica in piedi. Se l’antipolitica è il serbatoio dei consensi, una volta fatto il pieno, la politica rivendica il suo primato. E politica significa definizione di obiettivi e strumenti per conseguirli. Fuori di queste certezze, ogni fase agitatoria e declamatoria, per spettacolare che sia, si esaurisce nell’impotenza. Si tratta di capire quali sono gli obiettivi politici di Grillo e del suo movimento e quale coerenza ci sia nel perseguirli. Il balletto di Bruxelles fra eurofilia ed eurofobia ci fa capire che l’esercizio del potere in sé è per Grillo l’obiettivo prioritario, anche rispetto a valori e linee programmatiche. Ma può durare?

Per le proprie idee si può morire, come fece Catone l’Uticense nel 46 a.C., quando, fallita la restaurazione della legalità repubblicana, preferì togliersi la vita piuttosto che piegarsi al cesarismo; o si può andare in convento, come fece nel 1949 Giuseppe Dossetti che, ostile all’ingresso nel Patto Atlantico, si ritirò dall’agone politico lasciando la Dc nelle mani di De Gasperi e del suo allievo Fanfani (in seguito mostratosi assai più flessibile del maestro). Ma la storia ci indica altre rispettabili concezioni della politica. Come quella di un famoso re di Francia, Enrico IV, che, nel secolo delle guerre di religione, cambiò campo cinque volte, nella legittima convinzione che ogni conversione o abiura fosse pienamente giustificata dall’avvicinamento all’obiettivo principe: il potere. Enrico di Navarra, battezzato cattolico, si convertì al calvinismo per l’influenza della madre; per scampare al massacro degli ugonotti (i calvinisti) nella feroce Notte di San Bartolomeo (24 agosto 1572) abiurò al calvinismo. Quattro anni più tardi si riconvertì al calvinismo e nel 1593 santificò l’ennesima abiura (al calvinismo) con la riconversione al cattolicesimo, in nome della necessità politica di ricompattare la nazione francese stremata dalle guerre.

Memorabile l’epitome con cui riassunse la sua decisione: “Parigi val bene una messa”. Che a molti appare una manifestazione di cinismo, ma per chi, come Enrico IV concepiva la religione come instrumentum regni e lasciava il martirologio per fede ai santi, la conquista e l’esercizio del potere appaiono i beni supremi cui ancorare la propria azione e conformare le proprie idealità. Detto per inciso, il pragmatico Enrico IV, capostipite della dinastia dei Borboni sul trono di Francia, si dimostrò monarca capace ed avveduto, anche se fu prematuramente rimandato all’Altissimo dal pugnale di un fanatico cattolico, il Ravaillac.

Come Parigi, anche Bruxelles deve valere qualche messa, se Grillo ha pensato di pilotare la sua pattuglia di eurodeputati penta-astrali (cinque stelle) dal gruppo ostile all’Europa e alla moneta unica di Farage a quello sommamente europeista dei liberali di Verhofstadt: insomma da una proda al suo esatto contrario. La messa cui aspirava lo stratega 5 stelle era l’utilizzo di fondi e di strumenti di gestione che sono consentiti solo ai gruppi più consistenti: in buona sintesi non tanto una abiura alle idee (che sono volatili), ma la consistenza su una rispettabile fetta di potere. Si chiama politica e “non olet”, non puzza, per chi la intende non come un atto di fede, ma come amministrazione pragmatica delle proprie risorse. Certo si indebolisce il campo dei valori e delle idealità, ma come può dolersene chi – Grillo in testa – predica che tutte le ideologie sono morte e sventola, come unica bandiera del possibile, l’onestà? Se si è onesti si può passare indifferentemente dalla compagnia di chi l’Europa la vuole smembrare a quella di chi vuole il superamento dei confini nazionali, da chi crede nella moneta unica a chi la vuole abolire, da chi di è favorevole all’accoglienza controllata dei profughi a chi ne affonderebbe i barconi, da chi vuole rinnovare e confermare i trattati internazionali a chi li mette tutti in discussione. Alla fine, l’unica certezza in questa orgia di relativismo, è che chi vince qualcosa farà. Che cosa non è chiaro, ma il tempo ce lo dirà.

Fallita, e nel modo più indecoroso, questa prima “messa” in rito brussellese, i penta-astrali non demorderanno. Probabilmente registreranno le idee e ridimensioneranno il loro relativismo ideologico. Qualche idea di fondo occorre a tutti: soprattutto a un movimento che è un enorme polmone di potenzialità e di risorse e che Grillo ha avuto il merito di affrancare dall’apatia e dalla delusione verso la politica tradizionale.

Ma, infortunio di Bruxelles a parte, il Movimento 5 Stelle deve fare un bagno di realismo, usando efficaci detersivi che lo depurino dalle fanciullaggini.

Intanto, si tratta di capire che il Movimento 5 Stelle è un partito, non un movimento, e che ha bisogno, come tutti i partiti, di ossa solide, cioè organizzazione; si può scherzare fin che si vuole su uno statuto chiamato “non statuto”, ma le regole occorrono e organizzazione non significa solo collegarsi rapidamente via web.

Conseguentemente, la classe dirigente non la si seleziona via internet: la politica è anche e soprattutto fisicità, è incontrarsi, vedersi, parlarsi, scontrarsi, votarsi sulla base di un confronto, non baloccarsi con le chat. Se la scelta del sindaco di Roma fosse avvenuta in una sede politica partecipata e non con la democrazia digitale, che è emotiva e superficiale per definizione, ora al Campidoglio governerebbe un grillino di spessore certo superiore a quello della Raggi.

L’onestà è la precondizione della politica: ne costituisce la premessa non la finalità. Su questa base qualche intelaiatura va costruita. L’indifferentismo ideologico (e valoriale) è utile a conquistare consensi, non a governare. Un movimento che fonda il suo fascino con la presunzione di una purezza catara inattaccabile (tutti appestati tranne noi), quando si decide a fare il salto nel campo delle alleanze, deve misurare il passo: transitare da Farage al suo contrario, e poi compiere l’operazione inversa è dura da digerire.

E il fatto che i due eurodeputati grillini usciti dal loro gruppo siano andati uno con i verdi e l’altro con i leghisti dimostra che dentro questo mare magnum che è il grillismo convivono opinioni contrapposte su temi di fondo (l’ambiente, la sovranità nazionale): la convivenza è possibile finché si resta nella fase agitatoria. Ma una volta al potere? Anche con questa realtà composita il Grillo pragmatico dovrà fare i conti se vorrà celebrare presto qualche utile messa.

Piero Pantucci

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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