Pasolini ed Ezra Pound al Pacta, un’esperienza di assoluta bellezza. Interviste agli attori Alessandro Pazzi e Annig Raimondi

Voglio parlarvi di “Pasolini- In un futuro aprile” ed “Ezra Pound - I Cantos”, con un po' di ritardo ma lo devo fare. Perché quello che è andato in scena al Pacta dei Teatri di via

Voglio parlarvi di “Pasolini- In un futuro aprile” ed “Ezra Pound – I Cantos”, con un po’ di ritardo ma lo devo fare. Perché quello che è andato in scena al Pacta dei Teatri di via Dini, dal 15 al 20 novembre nella sezione New classic, è un’esperienza di assoluta bellezza che va condivisa. Una doppia performance con la quale il teatro ha omaggiato due grandi maestri del Novecento, in occasione del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (il 5 marzo 1922) e dello scrittore e poeta Ezra Pound nel cinquantenario della sua morte (1 novembre 1972), conferma – se mai ce ne fosse bisogno – della forza straordinaria del teatro, della parola e del corpo e del suono messi in scena. Che ci fa capire qualcosa di noi, del nostro stare al mondo. Due omaggi commemorativi, che potrebbero almeno spingere nuove generazioni di lettori ad avvicinarsi ai testi di due pensatori eretici, due controversi intellettuali, saggisti e protagonisti della poesia e dell’arte del XX secolo.

Seppur così diversi nei loro percorsi esistenziali e nelle scelte ideologiche, Pasolini e Pound, erano intagliati nello stesso legno: il mondo contadino, la forza del passato, il rifiuto del capitalismo. Entrambi scandalosi, apocalittici e “inadattabili” come Pasolini disse di di sé e di Pound. 

Pier Paolo Pasolini, a Matera, sul set del Vangelo secondo Matteo (1964), di cui fu autore e regista. Foto di Domenico Notarangelo.

Nell’ottobre del 1967 Ezra Pound, nella sua casa di Calle Querini a Venezia, dove il poeta americano trascorse gli ultimi anni della sua vita insieme alla compagna, la violinista irlandese Olga Rudge, rilasciò una storica intervista a un timidissimo Pasolini (nella foto in apertura un momento dell’incontro tra i due intellettuali). Da una parte Pound, che tornava a parlare dopo anni di silenzio, dall’altra I’intellettuale più eteredosso e inquieto del comunismo italiano. 

Pound è ormai anziano e affaticato, apparentemente indifferente al peso della vita e delle vicissitudini attraversate, dall’esperienza di detenzione nel manicomio criminale di St. Elizabeths di Washington, dalle accuse di tradimento nei confronti del proprio Paese, l’America, per le sue simpatie verso il regime fascista. L’incontro fu filmato e mandato in onda per la Rai con il titolo Un’ora con Ezra Pound. Il nastro è conservato gelosamente ancora oggi presso gli archivi Rai. Se andate poi alla mostra che celebra Richard Avedon a Palazzo Reale c’è una fotografia intensa. Si vede un Ezra Pound urlante, in piedi, con la camicia aperta, i pantaloni tenuti su solo con un laccio, gli occhi chiusi. Avedon l’ha scattata il 30 giugno del 1958: prima che Pound si imbarcasse per l‘Italia, aveva passato dodici anni in un ospedale psichiatrico a Rutheford, New Jersey. Il titano della poesia del Novecento non potrebbe avere altro volto. Urlo prima di inabissarsi nel silenzio. Un silenzio così forte come un urlo.  

Ezra Pound, fotografato da Richard Avedon.

Lo spettacolo “Pasolini. In un Futuro aprile”  

Il titolo riprende i versi finali della poesia Supplica a Mia madre, che fu scritta da Pier Paolo Pasolini il 24 aprile 1962 e inserita nella prima edizione del libro “Poesia in forma di rosa” pubblicato nel 1964. (“Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile”). Un reading di ascolto, dove la parola di Pasolini arriva intensa, forte e necessaria. In scena solo fogli sparsi e una piccola radio. Un evento non per parlare di Pasolini, ma per sentir parlare Pasolini. 

Alessandro Piazzi legge Pasolini. Foto di Elena Savino.

Sul palco un attore, Alessandro Pazzi che dà corpo alle parole di Pier Paolo Pasolini, passando attraverso la sua poesia e le tematiche a lui care, nella adesione sempre più profonda alle provocazioni del testo, mentre sullo schermo scorrono immagini e video, di Lorenzo Vergani, creati apposta per moltiplicare e accompagnare la parola. La narrazione è scandita in 8 capitoli: il rapporto conflittuale con il padre ufficiale di fanteria, violento e tirannico, l’amore assoluto per la madre Susanna, maestra  (“il tuo amore è la mia schiavitù), gli anni della giovinezza friulana trascorsi a Casarsa, “un paese di temporali e di primule” nella casa materna del poeta, la bellezza e miseria di Roma, l’eros disperato e vitale per i ragazzi che vivono nelle borgate, il volto oscuro del potere, la passione per il gioco del calcio (“è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”). Finale scandito da Una voce poco fa, la celebre aria dal Barbiere di Siviglia di Rossini, cantata da Maria Callas: “Sì, Lindoro mio sarà. Lo giurai, la vincerò”, una citazione in omaggio al film su Pasolini di Abel Ferrara. 

Eccolo, Pasolini. È a terra, colpito, pestato, umiliato, sanguinante, straziato a morte dalle ruote di un’automobile. Ridotto a “un sacco di stracci” come lo ha definito una testimone oculare, su uno sterrato impastato di fango e sangue, all’Idroscalo di Ostia nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975.  Un brutale omicidio, c’è un unico colpevole ufficiale Pino Pelosi di Guidonia, all’epoca del delitto aveva 17 anni, ma la dinamica dell’omicidio non è stata del tutto veramente chiarita. Il suo assassinio, una ferita mai rimarginata della storia italiana. La scelta dei testi dimostra da parte dell’attore Alessandro Pazzi amore e profonda conoscenza di Pasolini. “Il modo migliore di ricordare Pier Paolo Pasolini era forse quello di usare le sue stesse parole, disseminate in centinaia di opere di poesia, letteratura, cinema, saggistica, giornalismo, critica”, ci racconta Pazzi confessandoci che a Pasolini – che non ha conosciuto per motivi anagrafici – ha dedicato una poesia dopo la sua morte e che consegnò a Laura Betti, grande amica e musa, al termine di un suo spettacolo. 

INTERVISTA AD ALESSANDRO PAZZI

Chi era Pasolini?

«Un poeta. Uno scrittore. Un cineasta. Un intellettuale. Un saggista. Come disse Alberto Moravia, al suo funerale: “Era un elemento prezioso di qualsiasi società”. Pasolini era tutto e il suo contrario. Autore controverso, a lungo scandaloso, nell’Italia del suo tempo, per un’omosessualità che non nascondeva. Persino il suo partito, il famoso Pci, lo aveva allontanato, lo espulse nel 1949 per “indegnità morale”, attribuita alla sua omosessualità, Pasolini laconico rispose: “Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso più autentico di questa parola”. Un anticonformista che non sopportava l’anticonformismo. Un vero corsaro – come lui stesso soleva autodefinirsi – della società contemporanea, nella sua critica serrata al consumismo che appiattisce identità, coscienze, linguaggi. “Non ci sono più esseri umani ma macchine che si scontrano tra loro”. Ha avuto 33 processi a suo carico, e si rimane colpiti sia dalla varietà dei reati ascritti, dal vilipendio della religione al reato di oscenità, addirittura alla rapina a mano armata. Non gli è stato perdonato il suo aver dato scandalo con le idee come con la sua vita. Ci sono lettere e poesie in cui confessa di sentirsi terribilmente solo davanti a tutto quell’odio. “La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere incompreso».

Cosa la sorprende di Pasolini?

«L’attualità del suo pensiero. “L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora, il fascismo.”. I suoi scritti e i suoi moniti continuano a suonarci minacciosi, in una società in cui il conformismo e l’omologazione, ma anche la paura e l’isolamento, sembrano essere sempre più padroni del nostro vivere e pensare. Se oggi potesse vedere l’Italia, direbbe le stesse cose che disse in “Lettere luterane” o nella “Divina Mimesis” o anche in “Scritti corsari. Dal suo No alla legalizzazione dell’aborto, alla proposta di abolire la tv. Pier Paolo criticava il medium di massa, la società dei consumi e dell’apparenza, vuota e profana di valori, dall’essere giunta a risultare tanto permissiva dal non sembrare più democratica. Un sistema sempre più cinico e contraffatto, forzatamente corrotto e corruttore. Criticava il servilismo al potere».

La poesia che ama di più?

«Una disperata vitalità, inclusa nella raccolta del 1964 Poesia in forma di rosa, gli fu ispirata dal celebre film del 1960 Fino all’ultimo respiro, scritto e diretto da Jean-Luc Godard. La poesia è stata pensata come la stesura di una sceneggiatura cinematografica con il poeta protagonista: “Solo in una macchina che corre per le autostrade del Neo-capitalismo latino – di ritorno dall’aeroporto – sono come un gatto bruciato vivo, pestato dal copertone di un autotreno, impiccato da ragazzi a un fico”. Nessun altro poeta come Pasolini ha immaginato la sua morte, l’ha scritta, l’ha romanzata. In una parola: l’ha prevista. Costantemente provandola e riprovandola. Aveva la meraviglia di vivere, cosa che oggi si è persa, e credo che pochi siano stati affezionati alla vita quanto lui».

Alessandro Piazzi in Pasolini, In un futuro aprile. Foto di Elena Savino.

Lo spettacolo Ezra Pound. I Cantos. Performance poetica in musica

Una sfera tempestata di cunei minacciosi che, in verticale, riempie il centro della scena. Niente palco. Senza alcuna barriera fra sé e il pubblico, davanti a un semplice leggìo, Annig Raimondi  (attrice e regista, direttore artistico di Pacta) dà voce e suono ai Cantos, affiancata dal  giovanissimo perfomer Samuele Gamba (diplomato alla Scuola di Ballo della Scala) e dalle musiche di Maurizio Pisati. Un’incantatrice che sbuca dalle croste del tempo lavorando la voce al microfono come vetro sulla fiamma. Nella sua struttura frammentaria, divagante, spericolatamente divagante dei versi, assecondando la musicalità dei versi di Pound, la voce di Annig Raimondi si moltiplica nella variazione dei registri,  variando i ritmi, le intonazioni, i timbri, ora quieti ora furiosi ora deliranti. Come se nascesse per la prima volta, combatte e ribolle per emergere e affermarsi, impreca, geme, protesta, si lagna. Si fa suono di lugubre animale. Un sibilo che è insieme il grido. Si inabissa. Un buco nero in cui tutto sprofonda e tutto emerge.

Annig Raimondi e Samuele Gamba in scena in Ezra Pound – I Cantos. Foto i Gianni Foraboschi.

INTERVISTA AD ANNIG RAIMONDI

Forse è arrivato il momento di (ri)leggere Pound? C’è un nuovo pubblico che l’aspetta?

«Come molti intellettuali durante il ventennio fascista, Pound fu affascinato dalla figura di Mussolini, non ci sono dubbi. No, la sua fascinazione non va dimenticata, ma va ricordato anche che Pound espiò duramente questa fascinazione. Per molto tempo invece occuparsene ha voluto dire schierarsi in una determinata area politica. Oggi qualcosa sta cambiando. Pound è stato molto altro. Basta aprire a caso una pagina dei suoi libri per capire immediatamente di essere di fronte a un poeta immenso. Col passare del tempo, la grandezza della poesia di Pound mi appare sempre più evidente. Avvicinare Pound ancora oggi è affacciarsi su un vortice. Fu proprio il vorticismo, il nome che Pound scelse per indicare la sua arte e la sua poesia. L’idea che ti lasciano i suoi versi è proprio di un vortice in cui mulinano immagini, visioni, pezzi di presente, lacerti di futuro, reperti di passato, in un caos di elementi, perché ogni età è contemporanea dice Pound». 

Non sono versi facili quelli di Pound, scorrono come una sinfonia di frasi in libertà prive di un nesso conduttore, procedono per illuminazioni, per intuizioni improvvise come in una visione che – come osservava il critico Giovanni Raboni – tuona con l’impeto di un’Apocalisse.

«Era una suggestiva sfida: I Cantos  sono un’opera apparentemente respingente, impervia, al limite del più serrato ermetismo, a squarci di folgorante intensità lirica di sapore biblico, tra voli pindarici, assonanze assurde. Opera monstre che agglomera l’Odissea e la Divina Commedia, culture orientali, intrisa di economia, simboli taoisti, la condanna dell’usura finanziaria e lo strapotere delle banche. Miscelando come un alchimista una lingua ibrida, con innesti di latino, greco, occitano, francese, tedesco, italiano del Tre e Quattrocento. Come materia scenica è incandescente, smisurata, sproporzionata, La sua poesia è un lampo dell’immagine, attraverso spazi, colori, ritmi completamente diversi. Là dove ti perdi, ti devi abbandonare. I Cantos sono un soggiorno nella tempesta “per ricondurre allo splendore”». 

Come lo ha affrontato questo magma?

«Per lavorare a una trasposizione scenica di questo poema immenso non si può che prenderne una parte, o meglio uno strato, per il tutto, come suggerisce la figlia di Pound e traduttrice Mary de Racheviltz. Così ho fatto. Immagino I Cantos come la corsa di un’onda che trascina verso un ritorno al Mito e alla Luce, in una sorta di danza e contro danza tra parola, corpo, senso e suono. La musicalità è il perno indiscusso su cui ruotano le strutture dei versi. All’amico poeta William Yeats, Pound disse che i Cantos andranno considerati alla stregua di una fuga di Bach, per via dei vari motivi che sempre riemergono e ritornano a pulsare. Il pubblico deve percepire questa potenza che erompe come una lava nella voce. Come un vulcano sonoro, pieno di fuoco. E ci consegna il più profondo e intenso messaggio di vita: la nostra appartenenza al mondo e al grande ciclo perpetuo e continuamente rinnovato dell’esistenza.

Difficile sottrarsi alla suggestione di questi Canti. Ancora storditi usciamo dal teatro sentendo risuonare dentro di noi i versi indimenticabili: “Quello che veramente ami rimane, / il resto è scorie / Quello che veramente ami non ti sarà strappato”».

Samuele Gamba. Foto di Gianni Foraboschi.

I CANTOS

I Cantos sono l’opera maggiore di Pound, certo la più possente e suggestiva la cui composizione ha occupato l’intera vita del poeta, la cui stesura inizia nel 1912. Di questo “flusso magmatico”, di questo titanico sforzo di ricapitolare e interpretare poeticamente l’intera storia del mondo e della civiltà umana – dalla guerra di Troia alla tragedia del secondo conflitto mondiale, suggestioni orientali, storia & politica – fanno parte anche i Canti pisani, scritti durante la prigionia nel campo di concentramento di Coltano, presso Pisa. Nel 1945 Pound, allora sessantenne, mentre traduceva Confucio nella sua casa a Rapallo, fu arrestato dagli americani. Venne accusato di alto tradimento per via dei suoi 300 fascistissimi discorsi alla radio dell’Eiar e recluso nel campo di concentramento di Coltano, una frazione di Pisa. Fu imprigionato scalzo in una gabbia a cielo aperto, e circondata da filo spinato. Come un animale da zoo, rognoso e famelico, esposto al sole di giorno e ai fari di notte. In quella che lui chiamò la “gabbia del gorilla”. Dopo diverse settimane venne rimpatriato in America e rinchiuso tredici anni in un manicomio a Washington, dove avrebbe trascorso tredici anni (il primo anno lo passò segregato in completo isolamento, in una cella senza finestre, senza contatti con l’esterno). Dopo gli appelli degli intellettuali di tutto il mondo venne rilasciato. Decise di tornare in Italia, paese che amava molto. Dopo vari soggiorni a Rapallo e a Genova, Merano si reca infine a Venezia, dove muore il 1° novembre 1972 e qui è sepolto, nella piccola isola in San Michele accanto alla violinista irlandese Olga Rudge (1895-1996), la compagna più amata che gli diede la figlia Mary. E vengono in mente i versi di quando Pound immaginò la propria sepoltura: “I gatti randagi si acciambellino / là dove non è lapide / e gli occhi delle ragazze scintillino al luogo non segnato / i rancori cessino / e un lento sopore di pace pervada il passante”.

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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