Paura individuale e paure collettive

«Non c’è un sentimento che cresca più rigoglioso della paura e saremmo ben poca cosa senza le paure che abbiamo patito. Le nostre paure non vanno mai perdute, anche se i loro nascondigli sono misteriosi».

«Non c’è un sentimento che cresca più rigoglioso della paura e saremmo ben poca cosa senza le paure che abbiamo patito. Le nostre paure non vanno mai perdute, anche se i loro nascondigli sono misteriosi». Credo che la bellissima frase di Elias Canetti riesca a cogliere il senso assoluto della paura nella vita dell’uomo, la sua importanza nel determinarne il tipo di esistenza e le sue radici legate in modo indissolubile con l’età dell’infanzia, perché ciò che è avvenuto nella nostra vita durante l’infanzia è destinato a rimanere il nodo intorno a cui si sviluppa la vita futura.

Abbiamo paura di ciò che in qualche modo abbiamo vissuto più o meno direttamente e consapevolmente nel primo periodo della nostra esistenza, tra queste la paura della morte è la più grande e, a mio parere, la sola vera paura dell’uomo, perché è il solo avvenimento dopo la nascita di cui non conosciamo nulla. Nascendo, lasciamo il sicuro grembo materno per la luce abbagliante del mondo e durante la nostra infanzia ci accade via via di chiudere un periodo della nostra esistenza per aprire quello successivo; anche questo significa un po’ morire, perché ogni giorno muore una parte di noi e una nuova ne nasce. Paura della morte significa paura della fine di qualcosa, paura di perdere qualcuno o di perdere se stessi, paura di ciò che non si può dire perché non si conosce. La paura è quindi una voce che ereditiamo dal passato spesso senza rendercene conto.

È così che con alcune paure, quelle che abbiamo imparato a riconoscere, riusciamo a convivere, di altre invece non conosciamo nemmeno la causa e sono queste, quelle del tutto irrazionali, che ci fanno soffrire sicuramente di più. Ci assalgono all’improvviso e ci trovano assolutamente impreparati ad affrontarle. Allora veniamo colti da crisi di ansia e panico e ci sentiamo in balia di nemici sconosciuti. Viviamo in attesa timorosa e persistente di eventi infausti e il continuo stato di allerta suscita in noi emozioni che interferiscono con la percezione e con la valutazione degli eventi. Abbiamo bisogno di continue rassicurazioni e spesso dipendiamo psicologicamente da altri.

Non di rado questa condizione si traduce in uno stile di vita timoroso e rinunciatario, all’insegna del pessimismo. Spesso però le paure derivanti da questo stato d’animo riescono a governare la nostra vita tanto quanto le altre, perché diventano parte del nostro carattere e della nostra personalità.

A volte capita di ereditare le paure da altri, dai nostri genitori o da chi ci è stato particolarmente vicino durante l’infanzia e di trovarsi a convivere con paure che non sarebbero state nostre se qualcuno non ce le avesse inculcate. Una paura di altri si tramanda a noi così come si tramanda la conoscenza e lo stesso processo si realizza per le paure collettive. Le paure della massa sono in fondo molto simili a quelle dell’individuo: la paure delle malattie, delle guerre, dei disastri ambientali, l’incubo dell’estinzione nucleare sono forse collettive, ma in fondo riguardano la sola vera paura dell’uomo singolo, cioè quella della propria estinzione. Ma se c’è una cosa che potrebbe aiutare l’uomo a convivere con le proprie paure è cercare di arrivare a conoscerle, perché conoscerle significa soprattutto conoscere se stessi e i propri limiti. Ricordiamo, come dice Shakespeare, che l’uomo che ha paura è «come l’uccello che è stato invischiato in un cespuglio e prende a dubitare, con ali tremanti, d’ogni cespuglio che vede».

Anna Muzzana

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

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