Pensieri davanti alla tv: Mentana, due epiche battaglie e un conduttore di talk show

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui musam meditaris avenaTitiro, tu sdraiato sotto l'ombra ampia di un faggio vai componendo con l'esile flauto un canto silvestre(Pubblio Virgilio Marone, Bucoliche)Mentana è una cittadina alle porte di

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui musam meditaris avena

Titiro, tu sdraiato sotto l’ombra ampia di un faggio
vai componendo con l’esile flauto un canto silvestre

(Pubblio Virgilio Marone, Bucoliche)

Mentana è una cittadina alle porte di Roma. Se ne sta pigramente immersa nella eterna campagna latina, la rus bucolica di Virgilio dove non è difficile immaginarsi, il flauto ad accompagnarne le placide giornate. Da quelle parti anni fa un mio amico allevava due asinelli.

Per quelli della mia età Mentana resta impressa per sempre nella memoria, legata a un altro momento scolastico, lo studio poco entusiasta delle vicende che portarono alla faticosa costruzione del Regno d’Italia. Mentana è il colpo di coda della Terza Guerra d’Indipendenza, alla fine della quale, a dispetto di sonore sconfitte subite dalle sue truppe per mare e per terra, Vittorio Emanuele II riuscì a portarsi a casa il Veneto, ex austriaco, sfruttando le vittorie degli alleati franco prussiani.

L’unico a uscire imbattuto dai campi di battaglia era stato, al solito, Garibaldi che, ben lontano dal poter essere ascritto all’esercito reale che sovente l’aveva combattuto, guidava la sua banda dalle divise stracciate, catalogata volta a volta fra i banditi o gli eroi, secondo convenienza. Siamo nel 1866. La capitale d’Italia, come convenuto con Napoleone (il nipote, non quello del Manzoni), è stata spostata da Torino a Firenze, ma Garibaldi non si arrende e punta a Roma. L’anno seguente riparte all’attacco, tra l’indifferenza e forse l’ostilità del re. Ma a Mentana l’attende l’esercito francese inviato a dar man forte alle truppe pontificie. Le camicie rosse sono sconfitte, toccherà aspettare tre anni, perché i bersaglieri possano entrare nella città eterna sguarnita dei soldati di Napoleone. L’impero di Francia era ormai in dissoluzione e gli uomini di Raffaele Cadorna, capostipite di una stirpe di generali, poterono facilmente dar fiato alle loro fanfare maramaldeggiando sulle sparute forze papaline.

Dopo Mentana Garibaldi medita di prendere la strada per Caprera dove morirà rivolto verso il mare a scrutare da lontano le coste della sua Nizza che i Savoia hanno nel frattempo ceduto alla Francia. Rimarrà il cruccio di quella battaglia, una delle sue rare sconfitte, la cancellazione del sogno di Roma capitale che, dopo aver conquistato mezza Italia, doveva essere il suo ultimo dono a una patria ingrata. A Mentana si consuma il dramma dei fratelli Cairoli, garibaldini della prima ora. Nel lungo percorso che unirà l’Italia daranno alla patria quattro vite. Sopravviverà il solo Benedetto, che assumerà la guida del nuovo governo italico negli anni d’esilio volontario del suo generale. Anni dopo il paese natio, Gropello, aggiungerà al nome quello dei fratelli eroi. Val la pena ricordarlo quando si passa dalle parti di Pavia e ci si imbatte in quel cartello di uscita autostradale, Gropello Cairoli, appunto.

La noia quotidiana risveglia la curiosità di un ripasso dei fatti di Mentana percorrendo le facili strade di Google. Ma per districarsi fra le pagine dell’onnisciente rete occorre superare diversi ostacoli e prima di arrivare a quei giorni del lontano novembre 1867 si incontrano altri Mentana. Prima arriva Enrico, poi Mentana moglie, Mentana twitter, Mentana ex moglie e altre amenità. Perché, forse comprensibilmente, a centocinquant’anni di distanza dalla sconfitta garibaldina, l’unica memoria di Mentana è lui, l’Enrico incontrastato re dei conduttori televisivi.

Una fama più che meritata che viene a coronare un cammino che parte da lontano, rimanda al giovane figlio d’arte, padre giornalista alla Gazzetta dello Sport, gli anni giovanili da scapestrato liceale anarchico, presto corretto più giudiziosamente in socialista rampante, ragazzo prodigio di una Rai lottizzata, rapido nel passare al momento giusto dall’altra parte della barricata, la tv commerciale del nuovo re Mida. Fondatore del Tg5 che sancisce l’apoteosi dell’era berlusconiana, il Tg5 è la grancassa dell’entrata in politica del cavaliere.

Dodici anni a far la guerra, spesso vincente, all’antica mamma Rai, epiche dirette televisive, incontri scontri fra Berlusconi e Occhetto, fra Berlusconi e Prodi, condotti con la consueta maestria e una conclamata imparzialità che riusciva a non negare mai uno sguardo benevolo al suo datore di lavoro. Poi, ormai costruita l’immagine di eroe senza macchia e senza paura alla maniera di un Brancaleone da Norcia, poteva correre finalmente solo fino ad approdare a LA7 (numero magico) vera fucina di una nuova genia di conduttori di talk show, uno per ogni giorno della settimana, dal perfettino Floris nel suo completo prima comunione, allo scamiciato Formigli, dal viso segnato dal tempo di Purgatori alla sobria eleganza di Lilli Gruber che tutti li introduce col suo appuntamento delle otto e mezza, sei giorni su sette (la domenica, che diamine, si riposa).

E allora LA7 mette il suo pezzo da novanta, il barricadiero Giletti, uomo di lotta e di governo, vecchio pirata che sa solcare tutti i mari, gladiatore nell’arena che sa destreggiarsi con pari abilità fra delitti di mafie e interviste choc al Fabrizio Corona principe del gossip.

Su tutti campeggia però Mentana che oltre al Tg canonico, cinque giorni la settimana (il re riposa anche il sabato), si è inventato un altro grande momento giornalistico, la maratona che prende da lui il nome, Maratona Mentana appunto (tutto maiuscolo) che sul web viene ben prima di una altra epica battaglia ormai dimenticata.

Tocca riandare al lontano 490 avanti Cristo, sul campo si fronteggiano Greci e Persiani. Là nella piana di Maratona, Ateniesi e Spartani per una volta alleati sbarravano la strada alle armate di Dario. Un oscuro soldato corse quarantadue chilometri e qualche spicciolo di metro per annunciare ad Atene l’insperata vittoria, prima di stramazzare felice al suolo. Dopo aver salvato l’Acropoli e il Partenone, il suo nome, Fidippide, sarebbe entrato nella leggenda e in suo ricordo sarebbe nata la gara che avrebbe reso immortali le Olimpiadi.

Al pari dei giochi dai cinque cerchi che hanno cadenza quadriennale Maratona Mentana era stato annunciato per la prima volta come evento eccezionale per divenire nel tempo un punto fermo del palinsesto televisivo dacché il cinetico Enrico ha cominciato a piazzarla dappertutto, una settimana sì e una no, saltellando dall’originale speciale elezioni a qualsiasi fatto accadesse nel mondo, naturalmente venduto come epocale. E allora si va dall’America alla Cina, per evadere di tanto in tanto da referendum ed elezioni nazionali che ormai tutto sono fuorché speciali.

Sembra che i politici di mezzo mondo si mettan d’accordo per compiacere Mentana, pronti al suo servizio, dall’immaginifico Trump che a tempo debito manda i suoi all’assalto del Campidoglio al domestico Renzi che si inventa una crisi di governo. Magari facendo l’occhiolino, tutto pronto, vai Enrico. Ed Enrico va, che anche la pandemia mondiale ha saturato gli ascolti malgrado il lodevole sforzo della troupe di virologi che ormai, esaurito il vento di novità, comincia a mostrar la corda. Enrico mette in campo la sua innegabile velocità di pensiero e di parola, quella che un tempo gli era valso il nomignolo di mitragliatrice o anche l’altro meno nobile che cominciava con spara per finire in modo censurabile. Chiama intorno a sé una combriccola di amici, equamente distribuiti fra destra, centro e sinistra o, a piacere, sinistra, centro e destra. Radunati come cavalieri di re Artù attorno a una grande tavola pur non rotonda, si atteggerebbero a giornalisti, passati magari un’ora prima dal salottino della zarina Gruber, la Mentana al femminile.

In realtà la maratona Mentana è organizzata come una vera rimpatriata, manca solo che la tavola venga imbandita, ma fra un po’ ci arriveremo. Il tono è quello del bar, confidenziale il giusto, l’eloquio semplificato perché il popolo televisivo vi si possa ben riconoscere. Ogni tanto un tocco aulico, di solito la citazione latina, che vien da lontano, un tempo rispolverata da Berlusconi che per farsi perdonare il ricordo dei gemelli Romolo e Remolo cavava dal cilindro un Hic manebimus optime fino ad arrivare a Beppe Grillo che riesce a riesumare il sempre valido Cicerone, Quo usque tandem Catilina? E sarebbe bello poter dire a Grillo che noi stavamo dalla parte di Catilina, ma si dovrebbe partire dal presupposto che Grillo possa sapere chi fosse Catilina. In realtà spesso basta una frase, una sola, giusto per fare il paio con quelle mitiche di Totò, cave canem, sursum corda, in hoc signo vinces, ma Totò, dei comici, era il principe. Qui non avviciniamo neanche Franco e Ciccio, mutatis mutandis, che stava per cambiamo le mutande.

Forse l’idea sarebbe che ogni tanto gli spettatori si devono pur ricordare che quelli che stanno guardando sono i nuovi punti di riferimento, veri intellettuali se il termine non fosse fuori moda. Noi pensavamo che i giornalisti facessero un mestiere difficile ma entusiasmante (e per molti in vari paesi questo vale ancora), girare il mondo, scoprendone i segreti per rivoltarlo, magari svelare le trame di un colpo di stato o levare il lenzuolo della menzogna su anni di stragi, e poi scriverne perché noi, leggendoli, potessimo finalmente aprire gli occhi. E invece no, qui tutti si sforzano di decrittare le veline che escono dal palazzo, abilmente pilotate da un Rocco Casalino, in fondo un collega, che non a caso è partito dal Grande Fratello berlusconiano per passare alla scuderia di Lele Mora, ai dibattiti televisivi con Platinette ed arrivare, dulcis in fundo, a preparare i discorsi del presidente del Consiglio.

Oggi sono giornalisti che si giustificano con la sola presenza, spesso neppure bella, allacciandosi insieme in una fiera della vanità e dell’ovvio. Che scrivano non è così importante che tanto poi non legge nessuno. L’importante è il chiacchiericcio, l’idea di esser i nuovi guru del pensiero con tanti saluti ai ferri vecchi del mestiere, E anche a noi che siamo cresciuti (male s’intende) con gli editoriali di Sciascia e Pasolini. Trent’anni fa, ma potrebbero esser quaranta, misero davanti a una telecamera Giorgio Bocca. Durò qualche settimana, poi lo bocciarono, Bocca in tv non rendeva, non bucava lo schermo come dicevano con immagine orrenda. E in più aveva anche la pretesa di spiegare. Eh, no, che noia, semplificare bisogna.

Meglio questi che ci dicono quello che vogliamo sentirci dire e che poi approviamo riconoscendogli capacità di andare al cuore del problema. Ma di analisi nemmeno l’ombra, viene piuttosto premiata la sveltezza, la battuta pronta e in questo Mentana è davvero insuperabile, forte di una memoria prodigiosa che gli consente di ripescare fra i mille aneddoti di un’onoratissima carriera l’episodio più sapido che invita tutti alla risata.

Per poi riprendere subito il suo ruolo di domatore di leoni, però democratico, ora la parola a te, no, tu vieni dopo, e gli altri dignitari di corte accettano senza batter ciglio, già fieri d’essere stati invitati a Versailles. Perché la loro aspirazione non è certo quella di fare il giornalista, pratica ampiamente sbertucciata, piuttosto ritagliarsi una parte di attore anche non protagonista (e qualcuno già gira per teatri a rovinare un altro nobile mestiere). Poi magari pubblicare un libro, ma deve ricalcare le orme del decano Vespa che ogni anno sforna un bestseller. Solitamente a Natale, il libro strenna che si regala volentieri e che pochi, forse per fortuna, leggono. E sognare magari di arrivare ad essere Mentana e se non come lui almeno accreditarsi come conduttori di qualche talk show minore, come i Giordano e i Porro, figure a mezzo fra il bravo presentatore e il guitto d’avanspettacolo.

Come facevano un tempo Pippo Baudo o Renzo Arbore ma con ben altra dignità e capacità professionale. Sul trono più alto siede sempre Mentana. Una strizzata d’occhio, uno sguardo sornione, un poco di pazienza, tra poco tocca a te, solo pochi minuti.

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Bibliotecario approdato finalmente alla pensione cerco di coltivare e condividere con maldestri tentativi di scrittura le mie mille passioni. Dalla letteratura allo sport, dalla storia alla musica, tutto con la stessa onnivora curiosità inversamente proporzionale alla competenza. Al primo posto l'amore per il cinema, nato a sei anni dalla folgorazione in una sala buia e mai più abbandonato.

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