La Milano degli invisibili

di Giovanni Armando Costa
Cat. articolo

È luglio del 2016 quando quattro squadre di Vigili del Fuoco intervengono per spegnere un incendio in via degli Etruschi (Zona 4).

Si tratta del quartiere Calvairate – Molise e rischia di andare a fuoco una intera palazzina. I pompieri lavorano ore per domare le fiamme. Si scopre che l’incendio ha avuto origine in casa di un accumulatore seriale per fortuna lui scampato alle fiamme, i suoi oggetti no, finiti carbonizzati.

Stessa cosa a settembre, (Zona 6), quartiere Famagosta. Questa volta l’incendio distrugge completamente l’appartamento di una anziana donna e per il tempo necessario a spegnere le fiamme viene evacuato tutto il condominio. La donna si salva e con lei migliaia di scarafaggi. Insetti infestanti che iniziano a colonizzare l’intero stabile esasperando gli inquilini. È una accumulatrice seriale ed i vicini di casa convivono da anni con le problematiche derivanti dal suo anomalo comportamento.

Entrambi i soggetti soffrono di disposofobia. Una patologia che spinge ad accumulare in casa oggetti di ogni tipo senza riuscire a liberarsi di niente e compromettendo l’uso dei propri spazi abitativi.

Individui con una storia che finisce tra le pagine di cronaca cittadina ma la cui vita ritorna nell’anonimato nel giro di poche ore. Persone intrappolate tra le mura domestiche con una quotidianità da sepolti vivi.

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Figura 1 – l’accumulo di oggetti impedisce l’uso del servizio igienico

«È solo la punta dell’iceberg» racconta Giovanni Costa, impegnato da anni a trattare casi di questo tipo nella città.

Costa lavora nel servizio di igiene pubblica della ATS di Milano Città Metropolitana (ex ASL) come tecnico della prevenzione e tratta quotidianamente casi che riguardano il problema dell’accumulo compulsivo e dei comportamenti anomali.

Per un accumulatore seriale che finisce sui giornali ce ne sono centinaia di cui nessuno parla. I tecnici della ATS effettuano nella metropoli lombarda tra i duecento ed i trecento sopralluoghi all’anno per verificare le segnalazioni che vengono inviate dai cittadini. Grazie agli esposti emergono casi di disposofobia estremi. Le segnalazioni, precisa il tecnico Costa, sono motivate dal disturbo che l’accumulatore determina ai vicini. «Odori molesti, infestazioni di insetti, danni provocati da infiltrazioni, principi di incendio» e riguardano tutta la città.

Il problema è democratico ed interessa i cittadini italiani ma non esclude gli stranieri. Persone che vivono in quartieri popolari come quelli compresi tra piazzale Corvetto e via Ravenna o tra via Palmieri e via Spaventa ma anche zone centrali e più residenziali come Porta Romana o corso Garibaldi. Accumulatori seriali che si trovano ad abitare in appartamenti di lusso o in miseri alloggi, benestanti o poveracci.

Si tratta di persone depresse, ansiose, che spesso oltre che di disposofobia soffrono anche di altre patologie. Persone isolate, senza relazioni sociali. A dirlo è Caterina Costa, psicologa, che da anni collabora con la associazione nazionale Mondoconsumatori (numero verde a disposizione dei cittadini 800 600 890). «La tendenza ad accumulare si accentua con gli anni ma si può manifestare già dall’adolescenza». Un fenomeno che pare interessare più le donne che gli uomini, molto studiato all’estero ma presente in maniera importante anche nelle città italiane.

Così a Milano c’è chi confeziona abiti di alta moda e chi i vestiti li accaparra gratuitamente, nelle parrocchie e nei centri Caritas, per poi accatastarli in casa, nel disordine assoluto.

Chi addobba scintillanti vetrine e chi vive in appartamenti senza luce e non riceve nemmeno i raggi del sole poiché tiene le finestre sempre serrate.

Chi vive lamentandosi che l’aria in città è troppo inquinata e chi respira quella malsana ed appestata del proprio alloggio, impregnato di un tanfo sprigionato dagli ambienti che è impossibile pulire perchè occupati da oggetti, carta e giornali abbandonati dappertutto nello sporco generale.

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Figura 2 – l’accumulo di vestiti ostacola l’accesso

Quando vengono scoperti questi soggetti fragili provano quasi piacere ad uscire dall’isolamento, a raccontare la loro storia e come ci sono finiti in situazioni così incredibili. Ne è un esempio Vanda, che riposa nel cimitero di Chiaravalle. La sua casa, in zona ticinese, era impraticabile. Non aveva riscaldamenti e non poteva usare il servizio igienico perché era impossibile raggiungerlo. Gli oggetti accumulati formavano barriere insuperabili. L’anziana donna, sola e malata è stata presa in carico dei servizi sociali e collocata in una struttura protetta dove, chi l’ha conosciuta racconta, ha passato gli ultimi anni della sua vita serena ed allegra. Oppure Romeo, musicista, che ha frequentato il conservatorio. Non ha completato gli studi per la prematura scomparsa dei genitori. Una passione per la musica che continua ancora ma assieme ad una incapacità di gestire da solo una abitazione. L’intervento di operatori del settore e di amici gli hanno consentito di riprendere in mano la propria vita, svuotare la casa e riappropriarsi degli spazi precedentemente occupati dai tanti oggetti. Ma anche Maria, professoressa di greco in una delle scuole cittadine. Ormai in pensione, consiglia di insegnare ai propri figli a prendersi cura della casa. A lei i genitori benestanti non glielo hanno mai consentito e si trova da anni a combattere con una patologia che le impedisce di mettere ordine alle cose e di liberarsi perfino della spazzatura.

Stupisce sempre sapere che nella metropoli dalle tante occasioni, ci sono persone che si ritirano dalla vita sociale per proseguire da sepolti in casa; che c’è chi cerca disperatamente una abitazione e chi invece ce l’ha ma la sacrifica agli oggetti invece di riempirla di emozioni e di gioia di vivere.

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Figura 3 – libri e giornali ammassati intorno al letto

A queste persone la ATS di Milano ha dedicato una apposita linea telefonica (02-8578.7670) ed un indirizzo e-mail (infoaccumulatori@ats-milano.it). I cittadini possono segnalare casi di soggetti che soffrono di disposofobia e aiutarli ad uscire dall’isolamento perché in fondo la solitudine è uno dei mali di questa nostra società.