Il mondo in un cortile

di Marco Gambetti
Cat. articolo

Sono nato in via Sant’Abbondio, al civico 5, dove sono vissuto per alcuni anni, fino a quando, una mattina, io e la mia famiglia ci siamo risvegliati ad un nuovo domicilio, via Boifava 6, per la precisione. No… nessun trasloco notturno, la casa era sempre quella, è solo che il Comune aveva deciso di rivedere la toponomastica e così ci siamo ritrovati con una nuova residenza. A parte qualche disguido con la ricezione della posta, per un bel pezzo non ce ne siamo praticamente accorti. L’impiccio si presentò verso l’estate successiva quando realizzai che avrei dovuto cambiare “maglia”. Di che parlo? Della maglia dei “Giochi con le frontiere”, una sorta di competizione multisport tra i diversi rioni del quartiere Chiesa Rossa, organizzata dalla S.A.M.Z., che poi è l’acronimo di “Sant’Antonio Maria Zaccaria”, la parrocchia della zona. La fedeltà alla propria “contrada” era molto sentita nel quartiere: tra i “rossi” della Santa Teresa, gli “azzurri” della Sant’Abbondio, i “gialli” della Boifava e i “verdi” della San Giacomo vigeva un certa rivalità, soprattutto durante il periodo dei giochi parrocchiali. Quell’anno, il cambio di casacca non mi portò bene: sbagliai un gol a portiere battuto che ci fece perdere le semifinali. I miei nuovi compagni la presero maluccio. Qualcuno arrivò ad insinuare il sospetto di combutta con la mia ormai ex compagine della Sant’Abbondio: avrei “venduto” la partita in cambio di una fornitura gratis di caramelle Goleador, gusto Coca Cola.

Per fortuna nei paraggi di casa la vita proseguiva come sempre. Ogni pomeriggio, verso le tre, il citofono di casa suonava, ed io, precipitandomi a rispondere, ponevo la consueta domanda a mia madre: “Hofinitoicompitipossoscendereincortile?”; proprio così, tutto d’un fiato. Senza aspettare la risposta mi ritrovavo giù per le scale, saltando i gradini quattro a quattro. Il cortile era una stradina interna, chiusa al traffico da due catene, che collegava alcuni condomini di case popolari. Sarà stato lungo un centinaio di metri scarsi ma a noi bambini delle elementari sembrava di avere a disposizione un mondo intero. Il bello è che era un mondo tutto nostro, senza grandi tra i piedi a controllare che non ci si facesse male, non ci si sporcasse, e, soprattutto, senza nessun animatore desideroso di organizzarci le attività di gioco. Ogni tanto un “grande” si affacciava al balcone per chiamare a raccolta il proprio figlio o nipote in modo da sincerarsi che fosse ancora tutto intero, o, al più, per recapitargli “a piombo” la merenda, nel mio caso, tipicamente una michetta farcita con il prosciutto cotto e la sottiletta.

Il primo tratto del cortile era destinato al gioco delle biglie. Con i gessetti rubat…ehm, presi in prestito da scuola, si disegnava il “teatro” di gioco: un cerchio dal cui centro partiva una linea lungo la quale si posizionavano le biglie. Per bocciare le biglie si usavano i biglioni o delle palline da ping pong riempite con vari materiali, in genere sabbia o sale. La parte più divertente erano però le contrattazioni e gli scambi: ”Per quella fortunella ti do 10 biglie di vetro, 2 di ferro, e un biglione!”. I più svegli e scaltri erano in grado di accumulare ingenti patrimoni in biglie e “figu”.

Poco più avanti c’era la zona dedicata alle piste. Con il solito gessetto si disegnava il circuito sull’asfalto e quindi si dava il via alla gara delle macchinine. La pole position era appannaggio di chi riusciva, nel pre-gara, a lanciare più lontano la propria automobilina. Niente radiocomandi a governare i bolidi, ma tanta sensibilità e precisione nei tiri con la mano. Il segreto era tenere l’automobilina attaccata al suolo, senza farla capottare. La tecnica costruttiva più in voga tra i piccoli “ingegneri” era quella di riempire l’interno dell’abitacolo con il Das o con il Pongo.

La partita a calcio si organizzava in genere dopo le quattro e mezza quando i più grandi scendevano con il pallone “buono”. In genere si cominciava a porticine. Visti gli spazi ristretti a disposizione, il dribbling più in voga consisteva nel superamento dell’avversario tramite triangolazione con il bordo del marciapiede: un numero da veri funanboli. In caso di pioggia il match veniva spostato sotto i portici dei palazzi dove, come porte, si utilizzavano quelle nere di ferro delle pattumiere. Il rimbombo e il fracasso erano tali che nel giro di dieci minuti tutta la prima linea delle tribune numerate (chi abitava al primo piano) si affacciava inferocita e con le buone ci chiedeva di smettere:”Se non la finite chiamiamo i carabinieri!”. Ogni tanto riuscivamo a prendere possesso del “prato”, l’ampio giardino tra i due palazzi che affacciavano sul cortile. Era il nostro stadio San Siro, dove ci si poteva immedesimare nei campioni di allora: Bordon tra i pali, Maldera sulla fascia, Bettega a colpire di testa. Purtroppo queste partite non avevano durate propriamente regolamentari perchè, immancabilmente sul più bello, venivano interrotte dalle urla del Signor Pietro, il portinaio, che in napoletano stretto ci intimava di lasciare l’aiuola. Era bravo il signor Pietro, il più delle volte si attardava o si voltava dall’altra parte per non vedere le nostre marachelle e lasciarci giocare ancora un po’.

L’ultimo tratto del cortile, quello che dava sulla piscina Sant’Abbondio era quello più misterioso ed intrigante. Qui si organizzavano le partite a “Mostro”. Una specie di nascondino in versione Horror in cui si doveva sfuggire alla cattura da parte di un essere “abominevole”. Il luogo prescelto era il sottoscala dell’ultimo palazzo in fondo al cortile: qui le urla del mostro di turno si amplificavano creando un clima di vero terrore. Tramite il gioco esorcizzavo le paure che provenivano dal mondo reale. Una su tutte la “fifa” per “Belfagor”, quel maledetto sceneggiato della Rai che non mi aveva fatto dormire per tre notti di fila; oppure altre paure che ancora non capivo bene e che provenivano di riflesso dal mondo degli adulti: è indelebilmente impresso nella mia memoria il volto sconvolto della maestra il mattino in cui in classe apprese dell’assassinio di Aldo Moro.

Il gioco più temuto e spesso vietato dai genitori, per paura di incidenti agli occhi, erano le sfide a “bussolotti”. Nelle cartolerie si trovavano solo cerbottane corte, singole o doppie, con l’impugnatura a mò di pistola. Ma non valevano una cicca. Quelle “ganze” erano le “artigianali” nere e lunghe che si raccattavano nei cantieri. La preparazione del bussolotto era un’arte che si tramandava di generazione in generazione. Il segreto stava nel conquistare con pazienza la fiducia di un “grande”, che un giorno, finalmente, ti avrebbe insegnato i trucchi del mestiere: ovvero come tirar fuori da una striscetta di carta di giornale quel velocissimo “proiettile”, lungo, appuntito, e sottile. Che emozione quando riuscivi con una bella soffiata a raggiungere il 4° o 5° piano! Ti sentivi cresciuto di botto d’un paio d’anni. Un po’ come quando si andava al bar a comprare le “cicche” a forma di sigaretta e si passavano i pomeriggi a far finta di fumare.

Sembrava potessero durare in eterno quegli anni di giochi e di piccole grandi avventure. Accadde però che un giorno mi svegliai più grande, già ragazzo, senza sapere bene il perchè e il percome. Capitò nell’estate del 1981, durante i terribili giorni della tragedia del piccolo Alfredino Rampi caduto in un pozzo artesiano nei pressi di Vermicino. Durante quegli strazianti giorni, ripresi in diretta non stop dalla televisione, si passò più volte dalla speranza alla disperazione; il triste epilogo mi fece realizzare che la sofferenza e la morte potevano colpire anche i più piccoli e indifesi. La mia infanzia era definitivamente alle spalle: quella vicenda mi aveva proiettato con rabbia nel mondo conflittuale ed esasperato dell’adolescenza. Il mondo non stava più in un cortile e le storie non sempre erano a lieto fine.