Silenzio: si chiude…

di Fedora Ramondino
Cat. articolo

Quando una luce di un negozio si spegne, si spegne poco per volta un po’ di vita quotidiana.

Il negozio sotto casa è quello del latte all’ultimo minuto, del prosciutto che “come quello ti assicuro non lo trovi”, è quello del “me lo segna per favore, pago domani…” Si possono scambiare due parole con il vicinato, sentirsi parte integrata di una vita fatta di piccole cose, piccoli racconti. Il famoso “controllo sociale” dei tessuti di vecchi quartieri di Milano. Ora ci si conosce sempre di meno e si diffida sempre di più.

Sono tante le zone a Milano dove l’Aler (o chi per esso) ha un patrimonio di negozi sfitti. Non volendo addentrarmi nel pericoloso argomento “case sfitte”, proviamo con i negozi…

Sappiamo benone che le grandi catene di supermercati, (o catene di genere, ormai veri e propri Marchi) hanno mangiato negozi, botteghe e attività sino a farne indigestione. Che ci siano va bene, perché no? Anche loro danno lavoro (altro argomento che non toccherò al momento sulle “condizioni”). Comunque sia perché mai non dovrebbero/potrebbero coesistere?

Ma i miei voli pindarici sulle vette dell’utopia, mi spingono a pensare questo:

  • La tristezza che mette addosso la maggior parte dei palazzi Aler è immensa. Quando poi questi caseggiati sono corredati da negozi fatiscenti chiusi da anni, camminando per queste strade chiudiamo gli occhi per non voler credere allo spettacolo deprimente che si presenta.
  • Ti apro un negozio, ti do uno spiraglio. Te ne apro due, ti incoraggio. Te ne apro tre, ti sto aprendo la strada. Più negozi aperti, meno senso di emarginazione, degrado e perché no, solitudine. Quindi più luci, più vita, più “controllo sociale”.
  • Più contratti semplici, più canoni bassi uguale più lavoro per i giovani o per gli inoccupati. E soprattutto superare gli scogli della burocrazia. Ci vuole qualcosa di più leggero e veloce. Come dire… bando ai bandi? Si possono trovare altre strade se si vuole….
  • Più lavoro si diceva, significa che in una attività aperta si possono favorire persone che si mettono in società facendo turni, mantenendo quindi un’apertura serale più prolungata. E qui si torna al “più luce, più vita, più sicurezza”.
  • Dare la possibilità, a chi lo richiede, di poter aprire attività di laboratorio dal falegname al calzolaio. Laboratori di musica, teatro, yoga… creare contatti assolutamente necessari con le scuole di ogni ordine a grado della zona interessata, favorendo sempre di più l’integrazione. Se non si riparte da un progetto culturale, tutto andrà perso per sempre.

Chissà mai che queste idee balzane e utopistiche raggiungano menti illuminate e comprensive.

Anni fa si diceva – e ci credo ancora – “sarà una risata che vi seppellirà” – ora si spera che un negozio aperto ci aiuterà.