Questi ragazzi hanno “colto l’attimo”!

Sta per iniziare l’anno scolastico, è il 18° della “Scuola della Seconda Opportunità” (ex Popolare “I Care”). I ragazzi che tra giugno e luglio hanno passato i colloqui di selezione, presto arriveranno qui, segnalati da

Sta per iniziare l’anno scolastico, è il 18° della “Scuola della Seconda Opportunità” (ex Popolare “I Care”). I ragazzi che tra giugno e luglio hanno passato i colloqui di selezione, presto arriveranno qui, segnalati da alcune medie della zona 5 (Toscanini, Arcadia, Tabacchi, di recente si è aggiunta anche la Pertini) e della zona 6 (Ilaria Alpi, Sant’Ambrogio e Tolstoj). «Sono studenti che hanno avuto difficoltà nella frequenza, mostrato disattenzione nei confronti della scuola», spiega il preside Don Eugenio Brambilla (nelle due foto sotto), anima di questa importante attività di recupero, «e in qualche caso hanno accumulato insuccessi scolastici importanti».

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Oltre al preside, incontro gli psicologi: Alessandro Ciardi, che segue l’attività educativa e Irene Carrano, curatrice del progetto. Ma alla festa per la consegna dei diplomi vedo anche i ragazzi che hanno frequentato l’ultimo anno: sono vivaci, allegri, sembrano consapevoli di aver fatto qualcosa di importante. Ed è così! Ne parliamo con Don Eugenio. «Il nostro progetto prevede un percorso scolastico regolare, che porta gli alunni ad affrontare l’esame di terza media. Vengono qui perché si trovano magari ad avere 15 anni ed essere in classe con ragazzini molto più piccoli. Non solo: capita che qualche ragazzo, dentro al contesto scolastico, in aule grosse, si perda, non riesca a sfruttare fino in fondo l’occasione di formazione». Qui invece è seguito con altre modalità. «Abbiamo due classi, 10 alunni per aula, ci sono gli insegnanti dislocati dall’ufficio scolastico regionale e ci sono le figure degli educatori professionali». Insegnanti della materia più educatori, il mix ideale? «Sì, perché l’idea non è tanto quella di fare l’insegnamento di sostegno, ma di incrociare le potenzialità di ciascuno e offrire un setting di lavoro coinvolgente».

Con l’intervento della Fondazione Sicomoro (www.fondazionesicomoro.it), la Scuola della Seconda Opportunità è al terzo anno di collaborazione, a cui poi si è aggiunta l’Associazione Mike Bongiorno (le due aule si chiamano non a caso “Rischiatutto” e “Lascia o raddoppia?”). Una “partnership” importante, soprattutto nella campagna condotta con successo l’anno passato per dotare le aule di due lavagne Lim multimediali (un mezzo tecnico per rendere più facile lo studio). «E infatti la Fondazione è stata istituita per dare stabilità al progetto nato nel 2001», precisa il preside. Il numero degli alunni che arrivano, varia in base alle necessità: «non è che tutti gli anni le scuole hanno ragazzi da inviare, per fortuna… », continua Don Eugenio. «Per sostenere gli esami tornano poi nelle loro scuole, qui non è sede d’esame. Noi facciamo un percorso scolastico regolare, con tutte le materie, valutazioni, naturalmente con attenzioni particolari. E durante l’anno abbiamo relazioni strette con i consigli di classe – da cui i ragazzi provengono e a cui verranno destinati per l’esame – per aggiornarli passo dopo passo rispetto agli step della formazione. Alla fine, dopo gli esami, accanto alla valutazione classica, noi ne uniamo una nostra di tipo progettuale, su quanto il ragazzo o ragazza ha aderito alla proposta di seconda opportunità». Durante l’anno scolastico, al programma tradizionale si abbinano i laboratori. «Noi li chiamiamo “tattiche di apprendimento attraverso esperienze”. Alcune materie hanno già una loro struttura laboratoriale, penso al lavoro che è stato fatto su “gli alberi” (NdR – il preside si riferisce al lavoro lettere+arte, realizzato con le due classi dalle professoresse Paola Ghinatti e Caterina Soresina Stoppani, ed esposta a scuola alla festa di Natale 2016, in una mostra dal titolo “L’albero non è uno stereotipo”.

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Per vedere il lavoro dei ragazzi: goo.gl/WZ4gT9)». Ma non solo in classe: «Abbiamo costruito molte esperienze all’esterno, partecipando alla Giornata della Memoria, andando al Binario 21, in visita al palazzo del Consiglio regionale. E poi in gita all’estero: 4 giorni a Barcellona e per i ragazzi è stata un’esperienza bellissima! Siamo riusciti a riproporre il viaggio all’estero dopo due anni di qualche difficoltà economica che ce lo impediva». E non è tutto: sono stati realizzati il laboratorio di fotografia e una serie di incontri sull’orientamento scolastico… Insomma è stato un anno estremamente ricco di proposte. Quando escono da qua, i ragazzi tornano a trovare insegnanti e preside, a respirare aria di scuola? «Tendenzialmente sì, mantengono un legame: a volte ci chiedono di aiutarli a essere orientati nelle scelte, e noi siamo qua anche per questo».

Giovanna Tettamanzi
fotografie di Michela Benaglia

 

Un grande direttore tra i ragazzi della seconda opportunità

«Mi ha portato qua a gennaio una richiesta di mia nuora Marta Airoldi, che si è occupata fino a poco tempo fa dell’Associazione Sicomoro. Mi ha detto: “stiamo cercando un giornalista che venga a fare una sorta di corso propedeutico, un piccolo laboratorio per dei ragazzi che hanno qualche problema con lo studio, e se conosci un collega che avrebbe voglia di aiutarci…». Chi parla è Paolo Occhipinti, per lunghi anni direttore del settimanale “Oggi” della Rizzoli (poi Rcs) e direttore editoriale di altre testate periodiche per lo stesso editore (“Novella 2000” e “Annabella”). Molti dei nostri lettori non più giovanissimi lo ricorderanno da cantante: sì, prima di iniziare la carriera giornalistica, Paolo cantava, componeva, suonava, e con grande successo: negli anni ’60 era il famoso John Foster. Per me è un piacere incontrarlo di nuovo dopo tanti anni (è stato anche mio direttore) e, confesso, provo emozione, ma soprattutto la curiosità di sapere come se l’è cavata.

Ascoltiamolo.

paolo occhipinti2«Mi sono occupato fino a qualche anno fa di un master universitario a Milano, però ho pensato di potermi adeguare tranquillamente − dice con un pizzico di ironia −. Un impegno contenuto in termini di tempo: lezioni di un’ora e mezza l’una a due classi, di 6 alunni per classe, e così mi son detto: “ci provo”. In realtà l’impatto non è stato del tutto morbido, intanto perché i miei rapporti con questo tipo di generazione sono rapporti da nonno con i miei nipoti, che dal punto di vista dell’apprendimento non danno problemi, anzi… Questi ragazzi arrivano da classi diverse, non sono tutti uguali: alcuni hanno limiti di apprendimento, altri di attenzione, altri non amano la disciplina, sono allergici all’autorità, anche se io non mi sono presentato come un professore ma come un signore che li doveva intrattenere su vari argomenti di interesse giornalistico. E quindi la difficoltà maggiore è stata quella di riuscire ad avere la loro attenzione per più di mezz’ora, perché poi si mettevano a parlare tra loro, ignorandomi. Non è stato drammatico, credo siano problemi che vivono anche gli insegnanti delle classi tradizionali, qui forse sono un pochino acuiti. Detto questo, l’esperienza è stata positiva, perché alcuni che sembravano non essere recuperabili nelle prime lezioni, poi si sono interessati. Il vantaggio di questo “laboratorio giornalistico” è che non si è parlato di un argomento specifico, di una materia e così, con i fatti di attualità, sono riuscito a incuriosirli».

paolo occhipinti1Ma come si svolgeva il lavoro durante le ore di lezione?
«Il lunedì io portavo in classe il quotidiano del venerdì o del sabato precedente, un “Corriere della Sera”, invitandoli a identificare gli argomenti che potessero essere di qualche loro interesse. Intanto ho scoperto che, alla domanda “ma voi avete mai letto un quotidiano?”, no, non ne avevano neanche mai aperto uno; solo un ragazzo ha detto: “ogni tanto sbircio nel giornale che legge il mio papà”. Quindi ho chiesto: “ma voi come vi documentate su quello che succede nel mondo?”, “chi vi dice che è stato eletto il Papa, o il presidente del Stati Uniti o che c’è stata una rivolta a Bologna…?” Risposta: “ci informiamo su internet. Poi ci sono whatsapp, facebook, i messaggini… tanto prima o poi si viene a sapere tutto!”. Questa è la realtà. Che poi è la realtà di tutti i ragazzi di quest’età. E forse il fatto di non riuscire a catturare la loro attenzione è anche responsabilità di chi si occupa di informazione».

Siete riusciti a raggiungere qualche obiettivo concreto?
«Ho insistito perché si realizzasse un giornalino di classe, e così abbiamo cominciato. I ragazzi hanno scritto dei testi su un argomento a scelta, e su quelli ho chiesto loro di pensare anche a dei titoli (che rispondessero alla semplice domanda: “perché è stato fatto questo articolo?”). Titoli che poi abbiamo costruito un po’ insieme, io ho proposto l’aggiunta di qualche sommario e di qualche didascalia. Comunque gli articoli pubblicati sono frutto del loro lavoro. E l’obiettivo è stato raggiunto. Con difficoltà enormi da parte mia, perché io – devo ammetterlo – sono… tecnologicamente medievale! Per fare questi articoli mi sono stampato i testi su word, poi ho ingrandito un po’ il carattere e ho fatto il sommario, ho ingrandito di più e ho fatto il titolo… le dida; su dei fogli A3 mi son fatto stampare delle righe a mo’ di colonne, quindi ho incominciato a incollare per capire quante battute ci stavano. Alla fine del lavoro, abbiamo fatto stampare».

È servita qualche tecnica particolare?
«Ho insistito molto sull’antica tecnica delle “5W” del giornalismo anglosassone, dalle iniziali who, what, when, where, why, cioè “chi, cosa, quando, dove, perché”, spiegando loro che questo sistema aiuta a raccontare i fatti con chiarezza e sinteticamente. Un modo per stabilire delle priorità da dare all’interno della notizia, diversamente è facile perdersi con il risultato di non riuscire a mettere per iscritto dei concetti. Li può aiutare anche nella vita, perché questo modo di procedere facilita la reciproca comprensione. Così, qualche risultato credo di averlo raggiunto, perché poi alcuni fatti che i ragazzi hanno raccontato negli articoli, li hanno descritti con un certo “stile da cronista”. Questo li aiuterà anche con l’uso delle nuove tecnologie: per esprimere un concetto in 140 battute ed essere compresi, ci vuole un criterio».

Insomma, direttore, li hai seguiti e trattati come una vera redazione!
«Ci ho provato. Ma quel che conta è che arrivino all’esame di terza media e riescano a superarlo. E mi fa piacere perché alcuni di questi ragazzi si portano dietro problematiche familiari piuttosto pesanti. E quindi il lavoro su di loro e con loro è sempre molto impegnativo: tenerli a bada per 4 ore al mattino penso non sia semplicissimo per i loro insegnanti, che pure ci riescono; infatti la cosa che più mi ha colpito sono la pazienza e la dedizione di questi insegnanti della Scuola della Seconda Opportunità». La chiacchierata con Paolo Occhipinti è avvenuta poco prima della prova d’esame per la licenza di terza media dei ragazzi. Poi abbiamo saputo che sono stati tutti promossi.

G. T.

 

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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