Reato di Rave party: un pericolo alla libertà di tutti

E così, nel primo Consiglio dei ministri, invece dei provvedimenti contro il caro bollette (annunciati da mesi), è apparso il reato di Rave party, il 434-bis "Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per

E così, nel primo Consiglio dei ministri, invece dei provvedimenti contro il caro bollette (annunciati da mesi), è apparso il reato di Rave party, il 434-bis “Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica” e con esso inizia a prendere forma concretamente l’ideologia della sicurezza dell’attuale governo.

Nonostante le dichiarazioni il 434-bis c’entra molto poco con i Rave party e il “lassismo” in temi di sicurezza evocati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Piuttosto c’entra, e molto,  con le libertà personali e di associazione sancite dalla Costituzione.

La nuova fattispecie di reato, introdotto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e approvato dal Consiglio dei ministri, prevede infatti per chi organizza raduni con oltre 50 persone una pena da 3 a 6 anni (con multa da mille a 10mila euro), il sequestro dei beni utilizzati per il raduno, oltre che a consentire all’autorità giudiziaria di disporre intercettazioni e di procedere con la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per gli indiziati, possibilità introdotta, addirittura, con una variazione del Codice Antimafia.

Come sottolineato da diversi giuristi gli eventuali reati che caratterizzano questi raduni erano già tutti previsti dal Codice penale. Oltre l’articolo 633 che specificatamente punisce “chiunque invade terreni o fabbricati altrui al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto”, nel Codice esistono i reati di occupazione abusiva, delitti contro il patrimonio, spaccio di droga, disturbo della quiete pubblica, vendita di alcolici non autorizzata ecc. che già potevano essere utilizzati per impedire raduni come i Rave party.

Ciò che viene introdotto nel Codice è ben più preoccupante che i Rave party, poiché fornisce un presupposto giuridico a una possibile deriva autoritaria. L’inserimento del 434-bis all’interno del titolo VI “Dei delitti contro l’incolumità pubblica” introduce la possibilità che l’autorità giudiziaria intervenga a priori nei casi di adunanze con oltre 50 persone, sopponendo l’esistenza di un pericolo per l’ordine pubblico. E siccome la legge ha validità non solo per gli sballati e per le maratone tecno ma per qualsiasi raduno, i Pm e le forze dell’ordine potranno intervenire adducendo questo articolo per fermare qualsiasi assemblea, manifestazione, sit-in, flash mob, festa ogni qualvolta ne presumeranno potenziale pericolo. 

Tutto ciò, come già sottolineato da Angelo Schillaci, professore associato di Diritto pubblico comparato alla Sapienza di Roma, e da Enzo Di Salvatore, professore di Diritto costituzionale a Teramo, in contrasto con l’articolo 17 della Costituzione che non pone limiti al diritto di riunione – in quanto diritto fondamentale – se non per “comprovati motivi”, come specificarono Padri costituenti, che non a caso scrissero la Carta dopo e per evitare il ripetersi dell’esperienza fascista, e certo non per supposti e discrezionali motivi di ordine pubblico.

L’iter del decreto – immediatamente eseguibile – approvato dal Consiglio dei ministri con urgenza prevede la sua approvazione entro sessanta giorni. La speranza, molto flebile, è che il Parlamento lo respinga. Se questo non avverrà la legge passerà a vaglio del presidente della Repubblica per la controfirma ed, eventualmente, della Corte costituzionale, gli unici due poteri che potranno impedire la definitiva promulgazione di questo preoccupante primissimo passo del neonato governo .

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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