Renzi, bilancio di un anno di governo

Un anno fa nasceva il governo Renzi. Fu un’operazione lampo. Renzi era diventato da poche settimane (8 dicembre 2013) il nuovo segretario del partito democratico, avendo sconfitto alle primarie Bersani. Ascesa fulminea quella del trentanovenne sindaco

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Un anno fa nasceva il governo Renzi. Fu un’operazione lampo.

Renzi era diventato da poche settimane (8 dicembre 2013) il nuovo segretario del partito democratico, avendo sconfitto alle primarie Bersani. Ascesa fulminea quella del trentanovenne sindaco fiorentino. Ma non ancora conclusa. Puntava a Palazzo Chigi, anche se lo negava. Il primo ministro Enrico Letta, dopo aver ricevuto da Renzi ampie garanzia di collaborazione (il famoso “stai sereno”), fu sfiduciato dall’assemblea del partito democratico e si dimise. Tempi strettissimi: il 13 febbraio la direzione del pd “invita” Letta ad andarsene; il 14 Letta si dimette; il 17 Napolitano conferisce l’incarico a Renzi; il 22 il governo è costituito, presta giuramento ed entra in carica; il 26 ottiene la fiducia da entrambe le Camere. La velocità è stata fin dall’inizio il marchio di fabbrica di Renzi. Rispetto ai tempi biblici della politica italiana, ai lunghi e pesanti rituali, Renzi ha rappresentato fin dall’inizio una significativa novità. Che voleva dire: in politica si può fare velocemente quello che la società chiede. Il messaggio era chiarissimo, ma forse non da tutti è stato percepito nella sua interezza. E Renzi ha stupito e continuato a stupire per il suo procedere senza pause e senza parentesi. Che bilancio si può fare di questo primo anno di vita del suo governo? Limitiamoci ad alcune considerazioni.

Parole e fatti

Fedele alle premesse, Renzi ha da subito messo in cantiere un ponderoso programma di riforme. Troppe, per essere produttivamente affrontate e realizzate nei tempi annunciati. Ne era consapevole? Probabilmente non del tutto. Probabilmente era realmente convinto che, riducendo all’essenziale il confronto con le altre forze politiche, si potessero perlomeno dimezzare i tempi della politica.

Quindi, se la politica è fare, Renzi ha dimostrato di essere all’altezza della situazione: non perché abbia fatto tutto quello che ha annunciato (e la sua politica degli annunci è fastidiosamente diluviale), ma perché ne ha fatto una parte. E non è poco. Questo attivismo, questo modo vitaminico di far politica continua ad essere la chiave dell’ampio consenso di cui Renzi gode (sondaggi alla mano) in una società che avrebbe molti motivi di essere delusa.

Destra e sinistra

Fare è una cosa e fare bene è un’altra. La legge elettorale che sta nascendo è a giudizio di molti (e anche di chi scrive) una brutta legge. Non catastrofica, come una certa propaganda vorrebbe, ma densa di incongruenze (come quella dei capilista bloccati). La qualità vorrebbe che, soprattutto nelle materie più delicate (come la riforma costituzionale in corso d’opera), non ci si facesse iugulare dall’ossessione del fare in fretta. Renzi privilegia sempre e comunque il risultato per il risultato rispetto alla qualità. E questo gli fa perdere di vista – ammesso che lo avverta – l’ancoraggio ideale al terreno della sinistra, sul quale dice tuttora di situarsi.

Destra e sinistra. Sono parole che hanno ancora un senso. Lo hanno per il cosiddetto “Jobs act” (la riforma del lavoro) ad esempio. La riforma del lavoro andava fatta, d’accordo. Ma il “come” è stata fatta non è materia neutra. Che Alfano e Sacconi abbiano esultato dopo la sua approvazione, non è sorprendente: «È la riforma che doveva  e voleva fare Berlusconi» hanno detto. C’è dell’esagerazione, certamente. Ma non solo: la norma sui licenziamenti collettivi è largamente regressiva e questo spiega perché Sacconi abbia decretato la fine dello Statuto dei Lavoratori. Ci sono poi anche aspetti positivi, non lo si può negare, ma Renzi aveva la forza dei numeri (come dimostra il voto, denegato, delle commissioni) per imporre una soluzione finale diversa, più “di sinistra”, e non lo ha fatto. Perché? Per dare un colpo decisivo alla sinistra del Pd e al sindacato?

Renzi e Berlusconi

Per molti mesi l’operatività del governo si è retta sul cosiddetto Patto del Nazareno, ovvero l’intesa che il capo del governo e il leader di Forza Italia avrebbero raggiunto in circostanze e con modalità circondate da mistero. Che l’intesa ci sia stata, nessun dubbio. Ma quali obiettivi avesse e quali “penali” comportasse nessuno lo può dire con certezza. L’assenza di chiarezza ha tra l’altro consentito a Berlusconi e ai suoi più petulanti collaboratori (Brunetta) di lamentare di continuo violazione di impegni, derive autoritarie, negazione della democrazia. Esercizio del tutto legittimo, se mancano certezze e punti di riferimento. Non è tanto l’aver ridato ruolo primario a un Berlusconi esangue, quanto l’aver ammorbato alcune delle vitali vicende della vita parlamentare con il virus della diplomazia segreta, della impermeabilità del potere trincerato nelle segrete stanze. I patti del Nazareno semplicemente non vanno fatti.

Padrone del partito

Ma Renzi ha potuto farlo perché controlla in modo pressoché dispotico il partito democratico.

E questo è l’aspetto forse più denso di significato.

A trentanove anni, Renzi è diventato non solo segretario, ma di fatto padrone del più importante partito italiano.

L’operazione non era per nulla facile, ma una serie di congiunture favorevoli hanno consentito a Renzi di impadronirsi in pochi mesi di un partito che conservava tuttora una struttura considerata in grado di difendersi dagli assalti all’arma bianca.

Intendiamoci, i partiti personali sono ormai la normalità della vita politica italiana. Ma alcune differenze ci sono. E vanno sottolineate.

Berlusconi è stato per un ventennio il dominus incontrastato di un partito che lui stesso aveva fondato e finanziato: è stato il classico capo d’azienda, la democrazia non c’entra nulla.

Grillo ha fondato un partito sul fascino del web e di una predicazione fantasiosa (e sguaiata). Può temere soprassalti di dignità da parte di qualche parlamentare, ma finché la struttura “democratica” del Movimento si basa sull’aleatorietà incontrollabile del web, può stare tranquillo.

Salvini ha ereditato un partito allo sfascio e lo sta guidando con la stessa perentorietà di Bossi. Ne ha profondamente modificato il profilo, ma non ha inventato nulla. Ha dato corpo e voce ad alcune delle consistenze originali di questo movimento (razzismo, xenofobia, antifiscalismo), soffocandone altre (federalismo, secessionismo, antistatalismo). In parziale continuità coi fondamenti leghisti, continuerà a signoreggiare la Lega (vedi caso Tosi) fino a che saprà “bosseggiare” come il suo predecessore.

Renzi, invece, in pochi mesi, si è impadronito di un partito che gli assomiglia solo in parte e da larga parte del quale (e non mi riferisco solo alla “nomenklatura) non era amato. Definirlo corpo estraneo sarebbe eccessivo. Dire che ha ricostituito la Dc è suggestivo, ma non realistico. Però è riuscito a modificare profondamente il quadro dirigente di quello che tutti gli analisti continuano a considerare l’ultimo vero partito italiano.

Ci si chiede: come è stato possibile? Ed è irreversibile questa metamorfosi? Avanzo tre ipotesi di riflessione.

– Una causa storica. Dalla fine del socialismo reale (e sono passati ormai cinque lustri) la sinistra italiana cerca una ragione d’essere, che sia contemporaneamente “antica” (nei valori) e nuova (nell’operare). Questa ricerca non è completata e questo rende il Pd vulnerabile a tutti gli assalti della modernità, comunque mascherata.

– Una causa occasionale. La mancata vittoria del Pd di Bersani del 2013 ha messo a nudo la fragilità della dirigenza e ha reso il corpo del partito facilmente permeabile alle suggestioni di una rivalsa operata nel segno del completo rinnovamento.

– Una causa strumentale. Aver aperto le primarie a chiunque, per l’elezione del segretario di un partito, ha offeso i militanti e consentito “infiltrazioni” anche massicce di chi con il passato e il presente del pd non ha niente a che fare.

Tsipras e Francesco

Renzi continua a governare, praticamente incontrastato, circondato da una squadra di giovani cooperanti, per molti dei quali si può solo dire che la giovane età e un bell’aspetto non sono sufficienti. Al di là di questo, si vorrebbe che il suo ruolo nella politica europea fosse più incisivo. Non basta dire – con Hollande – che «ha smesso di piovere, vediamo l’arcobaleno». È divertente, ma nulla di più. Ci sarebbe piaciuto che avesse più incisivamente partecipato alla crisi greca. Invece, si è limitato a regalare una cravatta rossa al premier greco e poi lo ha lasciato solo ad affrontare le belve europee, ovvero i severi sacerdoti del liberismo più ottuso.

Da che parte sta Renzi?

Ci piacerebbe che avesse detto queste parole: «Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si ‘scarta’ quello che non serve a questa logica». Invece queste parole non le ha dette Renzi. Le ha dette Papa Francesco.

Piero Pantucci

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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