Reportage. Con i ragazzi di Paint Jamaica rinasce il ghetto di Kingston

Se foste dall’altra parte del mondo, precisamente in Centro America e non lontano dai Caraibi, un giro in Giamaica non ve lo fareste? Ebbene sì, io ho deciso di prendermi 10 giorni di vacanza e

, Reportage. Con i ragazzi di Paint Jamaica rinasce il ghetto di Kingston

jamaicaSe foste dall’altra parte del mondo, precisamente in Centro America e non lontano dai Caraibi, un giro in Giamaica non ve lo fareste? Ebbene sì, io ho deciso di prendermi 10 giorni di vacanza e andare alla scoperta della terra del mio amato Bob Marley – che ho sempre detto che se fossi nata nell’epoca giusta me lo sarei sposato… o almeno ci avrei provato-.

Inutile dire che ho visto posti stupendi, spiagge bianche e mare cristallino, proprio come tutti ce li immaginiamo. Nonostante se ne parli come di un posto pericoloso in cui viaggiare zaino in spalla, io dico che con qualche accortezza è assolutamente fattibile. Dipende da dove vai, ma tendenzialmente la gente è molto rilassata e socievole e in ogni posto in cui sono stata ho incontrato qualche persona speciale. Tra le risposte più diffuse ci sono «no problem man» o «ya man» e tra i saluti «respect», a confermare lo spirito rilassato dei giamaicani. E, chiaramente, il reggae è in ogni dove. Tra i sorrisi e le vibrazioni positive cantate dal caro Bob ci sono anche degrado e povertà, come si può notare passeggiando per Kingston, la capitale.

Ed è proprio di Kingston che ho deciso di parlare, perché tra la sporcizia e il disordine collettivo ho trovato qualcosa di sorprendente. Nel pieno ghetto della città, in una strada che si chiama Fleet street al numero 41 si trova Paint Jamaica, che come la maggior parte delle iniziative che nascono dal basso, è estremamente interessante. Paint Jamaica è un progetto creato da un gruppo di ragazzi di Kingston in collaborazione con una turista francese che nel 2014 hanno deciso di puntare su tutte le qualità della popolazione locale per farla crescere. Una di queste è proprio la creatività e la capacità di reinventarsi, anche se non sempre l’hanno sfruttata al meglio. Hanno deciso di mostrare un altro lato della città e perché no, dell’isola, puntando sul senso di orgoglio e indipendenza e rivoluzionando il rapporto tra l’arte e la società.

Tutta la strada è ricoperta da murales coloratissimi che hanno come tema la cultura, la pace, l’amore, la solidarietà, la coesione, il rispetto. Ed è proprio questo che il progetto vuole trasmettere, creando uno spazio culturale, inclusivo ed educativo, con corsi per grandi e piccini (di arte, cinema, danza, musica, sport, agricoltura organica), un ambiente tranquillo e sicuro per la popolazione locale ma anche per i turisti che decidono di visitare la città e conoscere la cultura giamaicana nel migliore dei suoi aspetti.

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Con Paint Jamaica è nato anche Plant Jamaica, un progetto tutto basato sull’agricoltura organica, che in fondo è un’arte anche questa. E tutto questo nel pieno della città! Uno degli obiettivi è educare alla sovranità alimentare, facendo in modo che le famiglie possano coltivare un piccolo orto nelle loro case ed essere più indipendenti, oltre che risparmiare. È stato creato anche un ristorantino vegetariano e vegano (Ital nella lingua e cultura locale, che nel suo significato più profondo in realtà significa naturale) dal nome Life Yard, con lo stesso principio “dalla terra alla tavola”, che dispone di un orto organico e alberi da frutta che fanno bella mostra nel giardino. Tra i progetti a cui stanno lavorando i volontari c’è anche la sistemazione di una parte della struttura per creare un ostello, in modo tale da incoraggiare il turismo in città.

Paint e Plant Jamaica e il ristorantino Life Yard stanno avendo molto successo sulla scena internazionale, con volontari da tutto il mondo che portano il proprio contributo, soprattutto accorrono artisti, che desiderosi di lasciare traccia della propria arte su questi progetti. La cosa meravigliosa è che anche questo rispecchia perfettamente le radici della cultura locale, non è una trovata per turisti. Nella cultura Rastafari, che non è tanto un’acconciatura per i capelli ma uno stile di vita basato sulla condivisione, il rispetto di tutti gli esseri viventi e della natura in generale, si vive nella maniera più naturale possibile, evitando le contaminazioni, della mente… e del cibo. Utilizzando due degli strumenti più potenti che abbiamo, l’arte e la natura, si stanno creando dei cambiamenti significativi nel tessuto sociale e a livello urbano, partendo proprio dalla popolazione stessa e dalle sue capacità. L’obiettivo a lungo termine è quello di esportarli in tutta l’isola.

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Per saperne di più potete visitare le pagine facebook Paint Jamaica e Plant Jamaica e se ne avete l’occasione perché no, fare un giro da quelle parti. Se vi interessa l’arte, un’altra pagina da non perdere è Artist of Jamaica, dove vengono sponsorizzati molti artisti locali, come Patasha Alek McLean, che ha dato un forte contributo a questo progetto. Lo dico perché a me i suoi pezzi sono piaciuti moltissimo!!!

Per me vedere tutto questo è stata una grande ispirazione e spero anche che per i lettori di Milanosud sia lo stesso sentirne parlare. In tutto questo mi è venuta in mente la nostra Bligny 42, che attraverso tanti progetti sulla stessa linea sta facendo un ottimo lavoro di riqualificazione urbana e integrazione sociale. Sognatori di tutto il mondo, unitevi! Non fermiamoci.

Vi lascio con la frase di una delle canzoni più belle della storia, che racchiude l’essenza di tutto ciò che volevo dirvi raccontandovi questa mia esperienza: “Emancipate yourself from mental slavery, none but ourself can free our mind” – emancipatevi dalla schiavitù mentale, nessuno a parte noi stessi può liberare la nostra mente –. (Bob Marley, chiaramente).

Elisa Paci

(Luglio 2016)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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