Riflessioni: teoria del gender e altri fanatismi

Era dicembre. Volevo un libro. Una cosa semplice, basta andare in libreria e cercare. E in effetti, è proprio quello che ho fatto. Guardando un libro e poi l’altro, ecco che mi imbatto in un

genderEra dicembre. Volevo un libro. Una cosa semplice, basta andare in libreria e cercare. E in effetti, è proprio quello che ho fatto. Guardando un libro e poi l’altro, ecco che mi imbatto in un titolo che cambia il mio stato d’animo per la restante metà giornata: L’Italia del Family Day. Dialogo sulla deriva etica con il leader del comitato “Difendiamo i nostri figli”. Questa deriva etica, nell’introduzione, a cui arrivo con coraggio, viene attribuita a “unioni civili, utero in affitto, adozioni gay, omosessualismo e teorie gender” – queste ultime sono quelle su cui vorrei soffermarmi –. Inoltre, il leader in questione, Massimo Gandolfini, sarebbe stato “costretto (dalla deriva etica NdR) a portare in piazza oltre 1 milione di italiani” per difenderci da questo pericolo che incombe e minaccia l’umanità. Un eroe, insomma. Non parlerò di questo libro, anche perché alla vista di queste poche righe il riflesso incondizionato è stato quello di rimetterlo al suo posto. La tentazione di leggerlo proprio non mi è venuta (chissà, magari un giorno…). Su queste parole e sui pensieri che hanno scaturito però, qualcosa posso dire. L’Italia del Family day la conosciamo, scende in piazza e organizza convegni – come quello al Pirellone dello scorso ottobre, “Nutriamo la famiglia” – in nome e nella difesa della famiglia tradizionale (che poi, esiste su serio?) per gridare “no!” alla deriva, smossi da fobie croniche di ogni genere. Quelle che queste persone chiamano “teorie gender”, pronte a minacciare l’educazione tradizionale dei loro figli in realtà… non esistono. Più che altro, è un’ingegnosa invenzione lessicale creata per alimentare la paura nei confronti delle differenze, sviluppando un’educazione alla fobia e al sessismo, dannosa per tutti… e soprattutto per i loro figli.

Quello di cui si parla quando si parla di genere è identità. Identità della persona, che non solo è formata dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale (attrazione sessuale per uno o l’altro sesso) ma, bensì, anche dal genere in cui la persona si identifica, che è quindi un processo culturale e non è dato alla nascita. La consapevolezza di se stessi e la costruzione della propria identità, il riconoscersi o meno come uomo o come donna non è per forza associato al sesso biologico, perché possono benissimo non corrispondere. I ruoli di genere imposti a livello sociale (il binario uomo-donna), la loro rappresentazione e i parametri attraverso cui si differenziano sono definiti dalla cultura di riferimento. Motivo per cui qualcuno può non sentirsi né donna né uomo, stando alle rappresentazioni socialmente accettate (in questo caso si definirebbe genere non conforme – il vocabolario è vasto!). E se qualcuno non si riconosce in qualcosa che gli viene imposto, ha tutto il diritto di poter essere ciò che vuole, e fare ciò che sente più giusto per se stesso senza ledere la propria identità. Il fatto di parlare, di spiegare queste cose, dentro e fuori da scuola, di farle comprendere, di educare alle differenze e alla non discriminazione, dare a tutti l’opportunità di esprimersi per ciò che sono, non è una deriva etica o culturale, ma un’enorme ricchezza per poter camminare verso una società a misura di tutti. Scrive la giornalista e scrittrice Lea Melandri: «Espropriata di quello che ha considerato un suo inalienabile appannaggio, la famiglia tradizionale si “arma”, ma è costretta a farlo contro se stessa, contro i cedimenti che avverte al proprio interno, nei rapporti di coppia, nelle inclinazioni sessuali dei propri figli, nella libertà a cui le donne sono sempre meno disposte a rinunciare. Come tutte le guerre, reali o simboliche, farà nascere conflitti, lascerà ferite, ma ci sono acquisizioni della coscienza da cui non si torna indietro». E, che piaccia o no, è il caso di prendere coscenza. Il cambiamento è già avvenuto.

Elisa Paci
Volontaria nel gruppo Cabiria del Naga

(Gennaio 2017)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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