Riforma Moratti – Fontana, l’occasione mancata della Sanità lombarda

Attilio Fontana e Letizia Moratti, gli estensori della riforma sanitaria di Regione Lombardia approvata il 30 novembre dalla maggioranza di Centrodestra, non hanno esitato a definire la nuova legge come storica, all’avanguardia e, soprattutto, in

Attilio Fontana e Letizia Moratti, gli estensori della riforma sanitaria di Regione Lombardia approvata il 30 novembre dalla maggioranza di Centrodestra, non hanno esitato a definire la nuova legge come storica, all’avanguardia e, soprattutto, in grado di creare la rete di medicina territoriale, che negli ultimi 26 anni le riforme Formigoni e Maroni avevano smantellato.

Dichiarazioni però che, a una prima analisi degli atti della Giunta, appaiono in contraddizione con i fatti, delineando i contorni di una grande occasione mancata per la sanità della nostra regione.

Nessun confronto

Partiamo da una questione di metodo, che in questo caso è più che mai anche sostanza. Un passaggio così epocale, come la riforma della sanità lombarda, dopo una pandemia che è stata devastante soprattutto nella nostra regione, è avvenuto senza alcun dibattito.

All’inizio di quest’anno, dopo il licenziamento dell’assessore alla Sanità Giulio Gallera e l’arrivo di Letizia Moratti, di fronte al disastro sanitario, la maggioranza di Centrodestra aveva ammesso che la medicina territoriale lombarda era da rifare. Un’ammissione che faceva pensare a una revisione completa della legge Maroni, sia per consentire alla Lombardia di accedere agli oltre 1,3 miliardi di fondi europei del Pnrr (Piano nazionale ripresa e resilienza), che  per rimediare alla bocciatura dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) che contestava alla Regione l’aver fatto sparire, unica tra le regioni, le Asl e creato le Asst e le Ats.

Così però non è stato. Con un atteggiamento al limite dell’insolenza nei confronti di chi ha sofferto e di coloro che hanno sopportato sulle proprie spalle il peso della pandemia, la riforma è stata scritta in piena solitudine dalla Giunta e dalla maggioranza di Centrodestra, mantenendo intatto l’impianto della legge “sperimentale” Maroni.

In aula consigliare gli emendamenti dell’opposizione non solo sono stati tutti respinti, ma non sono stati neanche discussi nel merito. Anche al di fuori dell’aula, i sindaci, che hanno il mandato di organizzare i servizi sociali e fornire gli spazi per le nuove strutture previste dal Pnrr, senza le quali non arrivano i soldi dall’Europa, non sono stati interpellati. Lo stesso è successo per i rappresentanti delle categorie dei lavoratori che operano nella sanità.

Case e Ospedali di comunità 

Le principali novità previste dal Pnrr, che è l’architrave finanziaria su cui si basa la riforma, sono le Case di comunità (Cdc) e gli Ospedali di comunità (Odc). Le prime (a Milano ne sono previste 60) dovranno essere strutture polivalenti, in grado di erogare prestazioni sociosanitarie integrate ai cittadini, favorendo l’unitarietà e l’integrazione dei livelli essenziali delle prestazioni sociosanitarie. Gli Ospedali di comunità (9 in città) sono invece strutture per la degenza breve e per i pazienti con necessità di interventi sanitari a media e bassa intensità clinica. Avranno un massimo di 40 posti letti e una gestione prevalentemente infermieristica.

Le due nuove tipologie di strutture, negli intenti del Pnrr devono garantire una maggiore prossimità della medicina e dell’assistenza ai cittadini, sollevando gli ospedali da una pressione esagerata, che nel migliore dei casi genera ritardi negli esami e nelle visite.

Municipi 5 e 6, territori in difficoltà con il San Paolo in bilico

Da un primo esame della riforma, la programmazione sui Municipi 5 e 6 appare insufficiente e poco attenta alle reali esigenze dei territori. Come evidenziato da un documento della stessa Giunta (delibera 5195 “Approvazione delle linee di progetto per l’attuazione di Case e Ospedali di comunità nella città di Milano”), il Municipio 5 è “certamente il Municipio milanese con la minore offerta sanitaria: non sono presenti in questa area poliambulatori né pubblici né privati accreditati”. Nonostante queste premesse, le Case di Comunità previste dalla Giunta lombarda nel Municipio 5 sono solo due per 120mila abitanti (contro le indicazioni del Pnrr che ne prevede, a regime, una ogni 20mila abitanti). Dovrebbero collocarsi lungo via Dei Missaglia e via Ripamonti, essere pronte tra 4 anni e accogliere, là dove possibile, anche Ospedali di comunità. Contestualmente, con l’arrivo di queste strutture, è prevista la chiusura del Poliambulatorio di via Baroni. Insomma, da una parte si mette, dall’altra si toglie.

Nel Municipio 6, che sempre secondo la Giunta, “si distingue per una più alta età media dei residenti rispetto agli altri municipi e una maggiore incidenza di pazienti con patologie croniche… e una carenza significativa di strutture sanitarie e socio-sanitarie territoriali”, sono previste tre Case di Comunità, da realizzarsi in tre anni, per assistere 150mila abitanti. Una nel poliambulatorio di via Gola, la seconda presso una struttura interna del Golgi Redaelli, da 15 anni inutilizzata, e una terza in Barona, in un luogo e con tempi da definire. Sempre in Barona però la Regione ha in progetto di “convertire l’Ospedale San Paolo in un polo di degenza a bassa intensità e cure intermedie” (delibera 5195) concentrando l’alta specialità nell’ospedale San Carlo. E ciò significa che, per fare spazio a un Ospedale di comunità, si toglie l’unico grande ospedale pubblico dei Municipi 5 e 6, oltre che di diverse cittadine del sud ovest milanese. Un curioso modo di fare medicina di prossimità.

Largo ai privati

Con la riforma Moratti-Fontana il rapporto tra sanità pubblica e privata rimane invariato, con i problemi che ha generato, visto che la prima è no profit mentre la seconda esiste per creare utili.

Anzi, è certa una ulteriore crescita della sanità privata. La delibera 5159 prevede infatti esplicitamente l’eventualità di affidare ai privati, per le Case e gli Ospedali di comunità, le “attività sanitarie, sociosanitarie e sociali, attraverso la riqualificazione dei servizi, l’ammodernamento delle strutture e l’utilizzo di nuovi modelli organizzativi”. Viene poi aggiunto (e ammesso) che, essendo il rapporto Case e Ospedali di comunità previsto dalla Regione troppo alto, per arrivare ai parametri previsti dal Pnrr, che sono di una Casa di comunità ogni 20mila abitanti e un Ospedale di comunità ogni 50mila abitanti, sia possibile “che il settore privato possa contribuire alla realizzazione del disegno di potenziamento dell’assistenza territoriale anche oltre le indicazioni di questo progetto”.

Una prospettiva che, se il privato non sarà interamente guidato e controllato dal pubblico nell’erogazione dei servizi, rischia di replicare situazioni simili a quelle attuali, in cui i privati erogano le prestazioni più redditizie. Una parte di queste, insufficiente, attraverso il pubblico che le acquista, il resto interamente a pagamento. Con il risultato di riprodurre le storture attuali, che tutti conosciamo e che costringono, chi ha le risorse per farlo, a prenotare gli esami privatamente perché con il pubblico ci vogliono mesi o addirittura anni.

Medici di base e assistenza sociosanitaria

Rimangono da definire molte altre questioni, che forse saranno risolte, quando il testo definitivo della legge sarà pubblicato. Tra queste le tre più importanti sono quelle che riguardano i medici di base, l’assistenza sociosanitaria e il personale sanitario. I primi, come evidenziato dalla nostra inchiesta del novembre scorso, sono pochi, male organizzati e distribuiti in modo non coerente sul territorio. Al momento non è chiaro, nonostante siano previsti dal Pnrr, come entreranno nelle Case di comunità.

Altra questione centrale è il destino dell’assistenza sociosanitaria. Le Case di comunità devono prevedere un’integrazione molto stretta tra sanità, servizi sociosanitari e sociali, questi ultimi gestiti attualmente solo dai Comuni. Al momento non si sa come possa essere organizzata.

Infine, il personale sanitario. Sono previsti dei trasferimenti dagli ospedali e poliambulatori superstiti nelle nuove strutture territoriali, ma non saranno sufficienti, come la stessa Regione ammette, parlando di selezioni di personale sanitario. Di certo non sarà facile, viste da una parte le carenze a livello nazionale sia di medici che di infermieri, dall’altra le resistenze della Regione a fare investimenti quando si tratta di personale pubblico da pagare (con risorse proprie e non con i soldi dell’Europa).

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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