“Salvata” la costituzione, chi rifarà la legge elettorale?

La batosta è stata di corposità memorabile. Neanche i fautori del No si aspettavano un successo di così ampie proporzioni. Gli oppositori della riforma costituzionale hanno sfiorato il 60%, e l’elevata partecipazione (68,3) toglie ogni

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La batosta è stata di corposità memorabile. Neanche i fautori del No si aspettavano un successo di così ampie proporzioni. Gli oppositori della riforma costituzionale hanno sfiorato il 60%, e l’elevata partecipazione (68,3) toglie ogni alibi a chi volesse invocare la disaffezione degli italiani. Il ritorno alle urne c’è stato, ed assai consistente. Travolto da questo risultato (impressionante, ribadisco, per le dimensioni), Renzi ha rassegnato le dimissioni. Lo ha fatto con grande dignità, senza accampare scuse, se non quella di non essere riuscito a convincere gli italiani della bontà della riforma costituzionale. Che l’uscita di scena di Renzi sia temporanea o definitiva è difficile capirlo. Personaggio di grande capacità affabulatoria e di invidiabile dinamismo, ha occupato la scena politica da assoluto primattore per un triennio. Il suo protagonismo, l’eccessiva personalizzazione dell’azione politica ha moltiplicato il numero dei suoi nemici e dato la stura a un violento accanimento nei suoi confronti, che ha superato in acredine e villania persino le polemiche antiberlusconiane (quando le maggioranze di destra erano impegnate soprattutto a confezionare leggi ad personam per il loro datore di lavoro). Renzi lascerà definitivamente? Non lo crediamo: ricondotto nei binari di un autocontenimento, il primo ministro dimissionario è ancora in grado di interpretare il rinnovamento della vita politica.

Nella serata del trionfo del No, i trionfatori sono apparsi assai meno soddisfatti e determinati di quanto ci si sarebbe potuto attendere. Molto più convincente l’accorato e franco commiato del premier. Lucido e sincero: mi sono impegnato e ho perso; la sconfitta è solo mia; e chi perde, se ne va. Che altro doveva dire?  Sul fronte opposto, quello dell’“accozzaglia”, come con improvvido malgarbo l’aveva definita Renzi, regnava e regna la massima confusione. Con l’eccezione di Salvini (greve in ogni ragionamento), nel fronte del No non c’era molto tripudio e soprattutto non c’è un minimo di terreno comune sul quale tentare di costruire una prospettiva politica, almeno per l’immediato.   Al momento in cui scrivo mi manca ancora il pensiero di D’Alema (ma non ne soffro); cauti oltre ogni dire i grillini (“È partito il trenino” ha twittato Grillo. Sai che illuminazione!). E gli altri? Fassina è convinto che gli italiani abbiano votato contro questa riforma perché affezionati alla nostra Costituzione. Magari fosse vero. Salvini dice: andiamo al voto subito, anche con questa legge. La Meloni invece pensa che si debba fare una nuova legge elettorale. E tocca i vertici del ridicolo quando afferma che una nuova legge elettorale si può fare nel tempo in cui Renzi “fa gli scatoloni”. Ridicolo sì, ma anche tragico.

Questa è la Babele delle lingue, perché i partiti del No non sono d’accordo su nulla: divisi su proporzionale e maggioritario, sull’abolizione del senato, sui collegi uninominali, sul premio di maggioranza. E questo è l’arco di forze che dovrebbe fare una legge elettorale, mentre Renzi svuota Palazzo Chigi? Più in difficoltà di tutti è Forza Italia. Berlusconi avrebbe voluto una sconfitta del Sì di stretta misura, per consentire a un Renzi acciaccato, ma non disarcionato, di restare in sella. Il ko lo mette nei guai. Forza Italia non è pronta ad organizzare un argine sufficiente ai Cinque Stelle. Brunetta sostiene che il Pd deve dar vita a un nuovo governo, senza Renzi: una specie di re travicello che tenga distante l’incubo delle primarie del centrodestra. La Carfagna addirittura vorrebbe che Renzi non lasciasse subito Palazzo Chigi (sarebbe “cinico” sentenzia questa soubrettina prestata alla politica), intanto per far approvare la legge di bilancio e poi per mantenere la promessa fatta dal premier nelle ultime settimane di cambiare la legge elettorale.  Una Babele estrema. I mercati ci puniranno? È probabile, ma intanto ci facciamo male da soli, perché questo referendum trasformato in un giudizio di Dio (e Renzi ne porta abbondante corresponsabilità) mostra un quadro governativo non più in grado di tenere, ma anche un fronte delle opposizioni diviso su tutto.  Il Partito democratico resta il partito di maggioranza e quasi certamente Mattarella cercherà di conferire l’incarico a un esponente di questo partito. Ma chi accetterà di entrare nel tritacarne? Ci provò Bersani, quando ancora i rapporti coi grillini non erano compromessi, e rimediò solo sberleffi. Padoan forse piacerebbe all’Europa, ma che autorevolezza potrebbe avere il maggior responsabile della politica economica che con questo referendum ha subito una sonora bocciatura? Si tenterà il recupero di Enrico Letta? Persona degnissima, ma con scarso seguito nel suo stesso partito. Ma qualunque esponente dem, dopo questa batosta, sarebbe in balia di un parlamento incontrollabile.  Non sarebbe male se il Partito democratico, non il solo Renzi, accettasse fino in fondo la bocciatura dell’elettorato e costringesse l’“accozzaglia” ad assumersi la responsabilità della conduzione, almeno fino al varo di una legge elettorale (che ci vuole? Chiedere alla Meloni) e a nuove elezioni politiche. Toccherebbe ai grillini, ma non ne sono affatto persuasi. I più avvertiti di loro sanno di non essere preparati. E meno ancora di loro lo vuole Berlusconi.  Chi resta completamente fuori da questo scenario è la sinistra radicale (Sel e la minoranza del Pd) che ha concorso in modo determinante alla sconfitta di Renzi, senza ricavarne alcun frutto politico, se non quello di aver generosamente posto il soccorso rosso a disposizione di leghisti, grillini e fascisti. Non è un granché. E non è che non fosse prevedibile.

Piero Pantucci

(Dicembre 2016)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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