Sanità: promesse e impegni non mantenuti dalla Giunta Maroni

In che misura il Roberto Maroni, presidente uscente di Regione Lombardia, ha mantenuto le sue promesse? Per dare una risposta Milanosud propone ai lettori un confronto tra quanto promesso o deliberato e quanto realizzato. L’attenzione

Pronto scoccorso SPaoloIn che misura il Roberto Maroni, presidente uscente di Regione Lombardia, ha mantenuto le sue promesse? Per dare una risposta Milanosud propone ai lettori un confronto tra quanto promesso o deliberato e quanto realizzato. L’attenzione del giornale si è concentrata su 5 temi relativi alla salute, che hanno grande incidenza sulla vita dei cittadini lombardi. La Sanità, con 18 miliardi e 309,9 milioni di euro di investimenti annui (dato 2017, a cui devono essere aggiunti 500mila euro per il triennio 2017 – 2019) e oltre il 70 per cento del bilancio regionale, è l’ambito di intervento più importante. Su questo settore il Pirellone ha inoltre varato nell’agosto del 2015 un’ambiziosa riforma sanitaria.

Ticket sanitari

Nel 2013, in un’intervista ai candidati alla vigilia delle elezioni
 regionali fatta dal Corriere della
 Sera, Roberto Maroni dichiara:
«L’abolizione dei ticket è un obiettivo prioritario. Li elimineremo con le risorse aggiuntive 
derivanti dal 75% delle tasse che tratterremo in Lombardia. Non è 
giusto che i cittadini lombardi 
paghino anche i ticket che in Puglia Vendola si vanta di non applicare». Conseguentemente la
 campagna elettorale puntò sullo slogan “Lombardia ticket zero”. A distanza di 5 anni, l’intervento della giunta Maroni è circoscritto ai superticket (introdotti dal governo Berlusconi, con decreto dal ministro Tremonti nel 2011). Dal 1° febbraio di quest’anno per esami costosi come tac, ecografie o risonanze, circa il 30% delle prestazioni, i cittadini lombardi non lo pagano più. Sulle altre prestazioni sanitarie, dove il superticket è pari a zero, si continuerà a pagare il ticket ordinario. Non accolta la richiesta di rimodulazione per fasce di reddito dei ticket, approvata dal Consiglio regionale nei mesi scorsi.

Riduzione delle liste di attesa per esami specialistici

La promessa nel 2013 fu: “Forte riduzione delle liste di attesa per gli esami specialistici”. Obiettivo riconfermato dalla riforma sanitaria del 2015. Se si chiama il servizio di prenotazione 800.638.638 i tempi di attesa per una visita spesso ammontano a molti mesi, talvolta superano l’anno. Al punto che lo stesso assessore alla Sanità uscente della Regione Lombardia, Giulio Gallera, ha alzato bandiera bianca. Incalzato da inchieste giornalistiche e da una legge nazionale, che obbliga le regioni a fornire esami specialistici entro 60 giorni, ha predisposto che i pazienti lombardi potranno rivolgersi a privati, pagando solo il ticket, se l’appuntamento è oltre i tempi di legge. L’indicazione arriva però solo ai cittadini che si recano presso gli ospedali, che – se lo chiedono – sono indirizzati verso prestazioni in intramoenia all’interno del centro stesso. La differenza di costo della prestazione tra specialista in regime di professione privata e pubblico la paga la Regione. Attualmente però l’800.836.836, dove passa la maggioranza delle prenotazioni non dà queste indicazioni.

Pronto soccorso più efficaci e organizzati

OSPEDALE-SAN-PAOLO_Nei mesi scorsi, quando l’epidemia di influenza era quasi ai picchi, i Pronto soccorso milanesi hanno letteralmente collassato. Nel vicino ospedale San Paolo, il 18 gennaio, il NurSind, tra i principali sindacati del personale infermieristico, denunciava addirittura diverse aggressioni al Pronto soccorso dell’ospedale da parte di richiedenti assistenza, esasperati dai tempi di attesa di quasi un giorno, ma anche dalla presenza di persone con disturbi psichici o homeless nella sala d’aspetto.

Anche in situazione di normalità le attese rimangono molto lunghe. Per i codici verde e giallo si va dalle 3 alle 6 ore, per i bianchi si arriva anche a 10 ore (dati che si evincono dalla App Salutile lanciata da Regione Lombardia nel 2017 per monitorare il tasso di affollamento nei Pronto soccorso). Dati non molto diversi da quelli resi noti nel 2012, un anno prima l’insediamento della giunta Maroni, sempre dal NurSind, che a Milano stimava in 6 ore i tempi attesa per l’accesso al servizio di Pronto soccorso. A un’analisi delle prestazioni, secondo quanto emerso in alcuni ospedali lombardi, in questi anni sono aumentati i codici bianchi, cioè le prestazioni “leggere” che, secondo la riforma sanitaria Maroni, avrebbero dovuto essere spostate in strutture alternative ai Pronto soccorso, che però non sono, di fatto, ancora nate (vedi sotto “Servizi territoriali e strutture intermedie”).

Maggiore coinvolgimento dei medici di Medicina generale

La riforma lanciata dalla giunta Maroni sottolineava espressamente il ruolo centrale dei medici di Medicina generale nella sanità regionale e ne auspicava il coinvolgimento. Attualmente però, a sentire i sindacati Simet e Snami e l’Ordine dei medici di Lombardia, non è così, né per quanto riguarda le strategie per evitare gli intasamenti nei Pronto soccorso, né per l’introduzione del gestore unico per la cura dei malati cronici. Su quest’ultimo punto i dati resi noti dalla Regione dicono che meno di un medico di base su 2 ha aderito alla riforma, associandosi in cooperativa per diventare “gestori” o “co-gestori” di pazienti. A Milano, dove tra città e hinterland risiedono 430mila malati cronici, sette medici di base su dieci hanno detto “no” alla riforma. Molti si sono anche opposti, invitando più o meno esplicitamente i loro pazienti a rifiutare i gestori. Al momento non è noto quanti siano i pazienti malati cronici che per la loro patologia hanno scelto i gestori, al posto del medico.

Aumento dei servizi territoriali e delle strutture intermedie

ambulatorio ripamontiLa riforma Maroni mirava ad aumentare i servizi territoriali (consultori, ambulatori, punti prelievi…) e le strutture intermedie di degenza, per sollevare ospedali e Pronto soccorso e avvicinare i servizi ai cittadini. Allo stato attuale i Pot (Presidi ospedalieri territoriali) aperti, strutture intermedie per la degenza, la riabilitazione e la cronicità, sono molto al di sotto delle necessità indicate dalla stessa Regione, che recentemente è corsa ai ripari, programmandone l’apertura di altri.

I servizi territoriali sono stati invece indeboliti o addirittura chiusi in molti quartieri, anziché rilanciati come promesso. Un’inchiesta dell’ottobre scorso condotta da Repubblica conferma questa tendenza. Dei 20 poliambulatori di Milano solo uno è aperto al sabato e solo un terzo al pomeriggio. Molti si trovano in strutture vecchie, che sarebbero da sistemare, ma nel bilancio del Pirellone l’edilizia sanitaria è una delle ultime voci. Anche il volume delle attività conferma questo lento ma inesorabile declino. Da un’analisi dei report della Ast Milano, risulta che nel 2015 le prestazioni erogate dai poliambulatori sono state un milione e 635.487. Nel 2016, a un anno dalla riforma, sono scese di 200mila unità. Nel sud Milano il 4 dicembre scorso, nonostante le proteste dei cittadini e la raccolta di oltre 2.700 firme, è stato chiuso il poliambulatorio di via Ripamonti: l’immobile sarà trasformato in centro psicosociale. I cittadini, in gran parte anziani, che si curavano presso i 19 ambulatori di via Ripamonti, ora devono andare nelle sedi di via Stromboli, Gola, Baroni e Rugabella.

Giovanni Fontana
(Febbraio 2018)

 

IL COMMENTO


Radiografia di  un fallimento

OSPEDALE-SAN-PAOLO_Non è facile esprimere un giudizio che provi a essere oggettivo sui cinque anni di governo Maroni in Regione Lombardia. Sovrapposizione di competenze tra gli enti, dati ogni volta nuovi e aggregati diversamente, vastità degli ambiti di intervento rendono imprese di questo genere molto difficili e complesse. La Sanità, settore in cui la Regione ha ampie risorse, non sfugge a queste regole, anzi. Se a questo poi si aggiunge l’indeterminatezza che avvolge la valutazione dei fatti, soprattutto quando c’è da stabilire fin dove arriva l’incidenza delle politiche regionali e dove la bravura o negligenza dei nostri medici e personale paramedico, il quadro di indeterminatezza è completo. La propaganda politica poi fa il resto, al posto di discutere di problemi si procede per slogan e promesse.

L’unico modo per uscire da questo labirinto è rifarsi alla propria esperienza e da qui alzare lo sguardo alla ricerca di dati e informazioni attendibili. Così abbiamo provato a fare, partendo dalla vita di tutti i giorni, da quello che come cittadini viviamo quando abbiamo bisogno di cure. E i risultati non sono certo soddisfacenti.

Nei 5 ambiti esaminati, le promesse non sono state mantenute né gli obiettivi raggiunti: lo dicono inchieste giornalistiche, sindacati di medici e paramedici, evidenze dei fatti. Ma soprattutto lo dicono i cittadini lombardi. Dopo 5 anni ticket sanitari sono ancora a loro carico. I Pronto soccorso affollati in modo indecente: costringere una persona che sta male ad aspettare senza alcun riscontro e sicurezza sui tempi di attesa è una forma di inciviltà intollerabile. Per prenotare una visita, soprattutto se si passa dal numero verde, bisogna aspettare mesi, spesso anche se il medico di base ha prescritto l’urgenza. A ragione di questo molti lombardi hanno provato sulla propria pelle l’ingiustizia di doversi rivolgere a un privato per una visita. I centri di cura territoriali sono in smantellamento, medici e personale paramedico in rivolta.  Tutto questo è segno inequivocabile di un fallimento, ancora più evidente se si considerano gli investimenti fatti dalla Regione nella Sanità e il fatto che la Lombardia vanta 242 strutture ospedaliere e si candida giustamente, per le sue università e la qualità del personale medico e paramedico, a essere un polo sanitario a livello internazionale.

Stefano Ferri
(Febbraio 2018)

 

 

 

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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