Scuola: non solo nozioni

Le scuole si riaprono ed è quasi scontato parlarne. Non ci interessa analizzare la scuola quale luogo istituzionale dove si apprendono nozioni ma, visto che a scuola si va con la testa e con il

Le scuole si riaprono ed è quasi scontato parlarne. Non ci interessa analizzare la scuola quale luogo istituzionale dove si apprendono nozioni ma, visto che a scuola si va con la testa e con il cuore, vediamo quanto è importante a livello affettivo e relazionale l’esperienza scolastica.

Il miglioramento della scuola passa anche attraverso il miglioramento dei rapporti umani. Fra i ragazzi si instaurano spesso legami superficiali, le differenze sono così radicali da non consentire nemmeno il dialogo. Convivere nella stessa classe è, a volte, come trascinare con stanchezza dei rapporti con parenti che mai e poi mai si sarebbero scelti come amici. Del resto gli anni della scuola coincidono con un periodo di profonda ridefinizione della personalità, un periodo di contrasti durante il quale le cause di malessere sono spesso tanto profonde quanto celate allo sguardo distratto degli adulti e se il disagio nelle medie inferiori si manifesta soprattutto con una esagerata, urlata mancanza di rispetto per insegnanti, compagni, luoghi di studio, alle superiori assume le forme non meno allarmanti del silenzio. Chi a scuola non si trova bene, stacca la spina, utilizza le ore per lui vuote della mattinata per pensare ad altro. Non c’è niente di più disarmante dell’apatia; chi non ha interessi personali nega a priori che esista la possibilità che valga la pena di provare interesse per qualche cosa.

I silenzi impenetrabili dei giovani possono nascondere di tutto: un menefreghismo tutto sommato egoistico, come un’incapacità di affrontare grossi problemi personali. Spesso gli insegnanti o i compagni di scuola non si rendono conto che gli atteggiamenti provocatori sono la risposta a situazioni familiari difficili o a condizioni extrascolastiche preoccupanti. Degli insegnanti si ha, a torto o a ragione, scarsa considerazione: loro stessi sembrano spesso smarriti. Non sanno decidere se il proprio ruolo è quello di esperti di vari rami dello scibile chiamati a un’asettica opera d’indottrinamento, oppure quello di educatori che decidono di coinvolgere nel gioco formativo le molteplici componenti caratteriali, esistenziali, umane dei ragazzi.

Sarebbe veramente difficile stabilire quale sia la scelta vincente: gli insegnanti che maggiormente si mettono in gioco non sono sempre gratificati dall’apertura dei loro allievi o dall’approvazione di genitori o superiori. Spesso la scuola è solo spettatrice di disagi che hanno altrove le loro radici, ma ancor più frequentemente è essa stessa, con i suoi riti spesso assurdi, causa di malessere. Per finire, vorrei rivolgere una preghiera agli insegnanti delle prime elementari: sappiate osservare i vostri scolari, sappiate comprenderne i bisogni e le aspirazioni. Sappiate cogliere, con particolare sensibilità, l’inesauribile ricchezza della loro fantasia, la loro intesa immediata con il mondo della natura di cui solo essi riescono, come per miracolo, a scoprire i più riposti segreti.

Anna Muzzana

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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