Se festeggiamo l’anno nuovo il 1° gennaio è merito di Giulio Cesare

Il primo gennaio ha inizio l'anno nuovo. Sembrerebbe una frase degna di monsieur de La Palisse, che se non fosse morto sarebbe ancor vivo. Pure non è sempre stato così.Questa verità ovvia affonda le sue

Il primo gennaio ha inizio l’anno nuovo. Sembrerebbe una frase degna di monsieur de La Palisse, che se non fosse morto sarebbe ancor vivo. Pure non è sempre stato così.

Questa verità ovvia affonda le sue radici nel lontano 44 avanti Cristo e la dobbiamo all’intelligenza di Giulio Cesare, che, una volta tornato a Roma dopo le estenuanti schermaglie contro i Galli di Asterix, decise di porre mano a una rivoluzionaria manovra sul calendario. L’anno era allora diviso in dieci mesi e principiava a marzo, il che spiega perché il nono mese abbia nome settembre, il decimo sia ottobre e cosi via. Cesare e i suoi uomini di scienza decisero di scaglionare l’anno in dodici parti e scelsero come primo mese Ianuarius, dal che l’attuale gennaio. Nome scelto per onorare Giano, divinità bifronte, pareva l’ideale per suggellare il passaggio fra due momenti tanto diversi. Le due facce a mostrare l’una il passato, l’anno vecchio che se ne andava, l’altra il futuro, il nuovo pronto ad irrompere col suo carico di speranze. Rimane questo il lascito piu prezioso di Cesare, forse piu importante della campagne d ‘Egitto e di Britannia, delle avventure con Cleopatra e delle disfide con Pompeo. Non doveva però vederne gli effetti che già l’anno seguente veniva colpito a morte lasciando a ricordo le ultime famose parole piene di sdegno e di dolore alla vista del figlio assassino, tu quoque, Brute?

Il calendario giuliano era destinato a rimanere in vigore per per sedici secoli, nel tempo certi scostamenti astronomici e temporali si dilatavano a tal misura da restare indietro di una decina di giorni (per una spiegazione più dettagliata rivolgersi agli esperti.).

Toccò a un un papa, Gregorio XIII, porvi rimedio, recuperando il tempo perduto. Fu così che nell’anno 1582 buona parte dei nostri avi (ma non tutti) andarono a dormire il 5 ottobre per svegliarsi d’improvviso il 16, dieci giorni di letargo apparente dove non venne dato di registrare nascita alcuna. La riforma aveva valore per i soli paesi cattolici così per qualche secolo si andò avanti in ordine sparso, ciascuno con la propria maniera di misurare il tempo.

Tanto che i due grandi geni letterari del seicento, lo spagnolo Cervantes e l’inglese Shakespeare, morirono sì lo stesso giorno, ma a 240 ore di distanza l’uno dall’altro. E quelle giornate che in Russia squassarono il primo novecento, la rivoluzione d’ottobre e la presa del Palazzo d’inverno sono per noi databili a novembre.

Oggi siamo tutti d’accordo (ma arabi e cinesi e chissà quanti altri hanno un calendario di riserva) sui nostri dodici mesi, trenta giorni a novembre con april, giugno e settembre e di ventotto ce n’è uno. Ogni quattro anni aggiungiamo un giorno regalandolo a febbraio che per un poco si scorda del suo antico complesso di inferiorità.

Ma torniamo al nostro gennaio e al 2021 che fa seguito all’anno piu disgraziato del nuovo millennio, il peggiore visssuto da almeno tre generazioni. Il primo gennaio è data simbolica, si porta dietro l’idea del grande mutamento. Chi rammenta il mattino di venti anni fa quando noi, cittadini di mezza Europa, ci svegliammo ritrovandoci in tasca una nuova moneta che pareva doverci rendere tutti un po’ piu ricchi ? Non è andata proprio così, in più i meno giovani hanno dovuto accantonare fra i vecchi ricordi il pesciolino delle cinque lire, l’aratro delle dieci. Pare un secolo fa ma c’è stato il tempo in cui con venti lire, un centesimo di euro, si poteva acquistare un ghiacciolo alla menta, ma anche al limone, secondo i gusti.

L’anno nuovo ha spesso rappresentato il giorno ideale per l’incoronazione di papi e re, il momento propizio per l’inaugurazione di grandi opere, dal canale di Panama alla galleria del San Gottardo. Il primo gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, che manda in soffitta lo statuto albertino vecchio di più di un secolo. Mette fine a un periodo buio della nostra storia (ne abbiamo avuti tanti) e resta la pietra fondante del nostro paese, anche se qualcuno di tanto in tanto si mette in testa di smantellarla.

Il primo gennaio 1959 un medico argentino cui era toccaro in sorte di fare un altro mestiere entra nelle piazze di L’Avana accolto da una folla festante. Si chiama Ernesto Guevara, è il simbolo della rivoluzione cubana, iniziata anni prima da un pugno di apparenti sognatori, in numero di dodici, come gli apostoli, al seguito di Fidel Castro.

Doveva impressionare il mondo quella fotografia di trentenni trasandati, le divise lacere e stracciate che rimandavano a quelle dei garibaldini di cent’anni prima, le lunghe barbe incolte, il sorriso trionfante. E impressionavano le strade assolate di Cuba nell’impietoso confronto con il nostro gelido inverno. Sarà stata quell’immagine di eterna estate, più attraente del freddo della rivoluzione russa o del grigiore della sterminata Cina a farci innamorare, sarà stata l’idea di una gioventù perennemente in marcia verso un futuro migliore, la figura immortale del Che con i capelli al vento nella sua querida presencia, l’idea del piccolo Davide che sfidava intrepido l’onnipotenza del Golia americano, sarà stato il mare dei Caraibi, il sole e la musica che inondavano le strade dell’isola. Queste e mille altre ragioni Cuba avrebbe accompagnato il sogno di intere generazioni.

Ora che i sogni si vanno sempre piu affievolendo fino a svanire come nei bruschi risvegli del mattino tocca guardare al nuovo primo gennaio, riandando con la memoria all’intuizione del condottiero romano. Ricordare quella dedica a Giano con la speranza che anche questa volta il dio bifronte compia l’eterno miracolo di mutare di anno anno il suo aspetto. Che il volto terribile del 2020 si trasfiguri fino ad assumere fattezze ben diverse è l’augurio per questo 2021.

Buon anno a tutti.

 

Bibliotecario approdato finalmente alla pensione cerco di coltivare e condividere con maldestri tentativi di scrittura le mie mille passioni. Dalla letteratura allo sport, dalla storia alla musica, tutto con la stessa onnivora curiosità inversamente proporzionale alla competenza. Al primo posto l'amore per il cinema, nato a sei anni dalla folgorazione in una sala buia e mai più abbandonato.

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