Kustermann: «Sento il dovere di fare tutto il possibile per migliorare la vita dei cittadini»

Quando ci riceve nel suo studio siamo un po’ emozionate: abbiamo di fronte la prima donna che, dal 2009, è primario e direttore di pronto soccorso ostetrico/ginecologico della Clinica Mangiagalli. Un fatto mai avvenuto in

KustermannQuando ci riceve nel suo studio siamo un po’ emozionate: abbiamo di fronte la prima donna che, dal 2009, è primario e direttore di pronto soccorso ostetrico/ginecologico della Clinica Mangiagalli. Un fatto mai avvenuto in cento anni di attività del prestigioso ospedale. Ma subito la sua sincera cordialità ci mette a nostro agio… del resto non sarebbe la donna che è, la paziente confidente di migliaia di donne che a lei si sono rivolte per ogni problema medico, sociale e psicologico. Non sarebbe Alessandra Kustermann! Una donna di talento, professionista, politica impegnata nel Pd (la ricorderete in corsa per la primarie alla Regione Lombardia del dicembre 2012), ma anche madre di famiglia: la sua è una felice famiglia allargata, con i due figli, il secondo marito e il figlio di lui. Nell’intervista concessa a Milanosud ha parlato proprio di tutto: di parità, lavoro, legge sull’aborto, abusi e violenza domestica… Ascoltiamola

Per poter conciliare vita professionale e vita privata, ha dovuto fare tanti sacrifici?
«Sacrifici no, mi piaceva quello che facevo perché poi, come dicono i miei, me li tiro fuori io gli impegni. Nessuno mi pregava di mettermi anche a fare politica. Me lo chiedono e io lo faccio, punto. Ma non sottraggo un’altra cosa. Ho fatto anche il listino per Martinazzoli, nel ’95, candidato come governatore, ma ha vinto Formigoni. Ho collaborato al referendum sulla legge 40 (che disciplina la gravidanza assistita). Tutte le volte che le donne del mio partito mi hanno chiamato, ho risposto sì, ma aggiungendo l’impegno ad altri impegni. Ho dei genitori cattolici che in qualche modo mi hanno influenzato; avete presente la parabola dei talenti che mio padre mi citava sempre “devi metterti a disposizione degli altri, dei più deboli, di chi ne ha bisogno”. Non immaginava come “sarei finita”. Eravamo 4 figli e quindi il suo atteggiamento era per un mutuo soccorso all’interno della famiglia. Se fossimo stati una famiglia più numerosa non mi sarei potuta permettere di fare figli a 22 e 25 anni e, contemporaneamente, studiare medicina e fare l’art designer per quello che allora era mio marito. Per Naj Oleari inventavo tutti gli oggetti, mentre le mie cognate disegnavano stoffe, inventavano lettini e culle. Oltre a studiare medicina, contemporaneamente allevavo i miei figli. Dopo la laurea, quando mi hanno assunto alla Mangiagalli ho ritenuto che questo era quello che volevo e ho abbandonato l’attività, che pure mi piaceva, per la Naj Oleari. Comunque non è stato un brutto periodo. Io sapevo, fin da piccola che volevo diventare un medico. Ho lavorato nei consultori di Corsico, di Trezzano sul Naviglio nel periodo in cui c’erano i comitati di gestione. Ho sempre ritenuto che è il “pubblico” a dover rispondere ai problemi di salute delle persone, non il privato».

Sulla legge 194 sono in aumento gli obiettori di coscienza, tanto che si chiudono reparti dove si praticava l’aborto terapeutico. Come mai?
«Il motivo per cui l’obiezione di coscienza sale è perché diminuisce la coscienza civile della popolazione. Essere un ginecologo non obiettore vuol dire lavorare un po’ di più e fare un mestiere che comunque non è considerato bene dai “santi” colleghi, perché ha a che fare con la scelta autodeterminata della donna. Rispetto alle nuove generazioni, la funzione del ginecologo non obiettore perde la sua funzione perché noi, che abbiamo vissuto l’aborto clandestino, sappiamo che è un male in sé e che le donne perdevano l’utero o morivano dopo l’aborto. I giovani, oggi, non sanno quale fosse la gravità della situazione. Le liste d’attesa non sono enormi perché le richieste di aborto sono molto diminuite, sia per una maggior diffusione degli anticoncezionali, sia perché è in aumento la sterilità di coppia. E poi c’è una diminuzione del tasso di gravidanza, che è frutto da un lato di scelte individuali di fare meno figli e di farli più tardi, ma anche delle difficoltà di concepire: si sposta più in là il momento dell’uscita da casa, compresa l’occasione della sessualità costante. Abbiamo fatto ricorso al Consiglio d’Europa sul fatto che possa essere leso un diritto delle donne; vedremo come andrà a finire. Ma, in effetti, casi di donne respinte non ce ne sono; aumentano invece gli aborti clandestini utilizzando un farmaco, di cui non farò il nome, che produce un aborto spontaneo senza bisogno di venire in ospedale».

Violenze domestiche, femminicidio sono temi dolorosi ormai quasi all’ordine del giorno. Ci chiediamo: se ne parla tanto adesso e si segnalano i fatti solo perché oggi ne veniamo a conoscenza?
«Avvenivano ugualmente. Il numero di femminicidi è sostanzialmente stabile negli ultimi 10 anni; quindi non c’è stato un aumento netto anzi c’è stato un anno in cui sono scesi al di sotto di 100. Riguardo gli omicidi da parte dei partner se ne parlava anche prima, però non si chiamavano femminicidi ma delitti passionali, “raptus”. Non c’è stato sostanzialmente un aumento; è grave però che negli altri paesi occidentali stiano diminuendo, mentre l’Italia, come al solito, è arretrata. Questo ci spaventa».

Un fenomeno più tipico nell’Italia Meridionale?
«Statisticamente ammazzano più qua nel Nord. Uno degli elementi che condizionano la donna nel restare in un rapporto di coppia che non funziona è anche “cosa sarà di me economicamente?”. Inoltre c’è l’idea della famiglia, che in Italia è ancora molto forte, quindi la famiglia come luogo da proteggere, da tutelare, senza rendersi conto che esistono famiglie disfunzionali che non fanno il bene nemmeno dei figli. Chi vede il padre maltrattare la madre ha una maggiore possibilità di divenire un maltrattante; la figlia che vede la madre maltrattata ha una maggiore possibilità di diventare una donna maltrattata».

Che profilo psicologico hanno gli uomini che maltrattano le donne?
«Gli uomini che maltrattano non sono tutti uguali: c’è una profonda diversità tra l’uno e l’altro. C’è chi ha uno spiccatissimo senso del possesso, e sono quelli che possono avere un maggior rischio di uccidere nel momento in cui la donna dichiara la sua volontà di separarsi: “o stai con me o senza di me tu muori”. Spesso questi uomini che uccidono la loro partner si suicidano o tentano il suicidio. Poi c’è quello che ha la volontà di dominio sulla donna, quindi il conflitto può nascere perché la donna (dal punto di vista di quest’uomo) è troppo libera, troppo emancipata, troppo indipendente, quindi tenderà a toglierle sempre più questa indipendenza umiliandola, facendola sentire un’incapace, una poco di buono. Queste donne sopportano i maltrattamenti anche per anni e poi vengono uccise perché si sono rifiutate di continuare su quella strada. Ma più nascosta e subdola è l’istigazione al suicidio; non risulta ovviamente nelle casistiche dei femminicidi, non conosciamo quelle che si suicidano dopo anni di maltrattamenti, di umiliazione, di violenza psicologica ed economica. Le percosse fanno male, ma molto di più un continuo deprezzamento». (NdR: nel frattempo è stata approvata una legge che considera il maltrattamento sulle donne, una violazione dei diritti umani).

E rispetto alla violenza domestica sui minori, qual è la sua percezione dal punto di vista statistico?
«È un discorso diverso l’abuso sessuale sui minori rispetto al maltrattamento in generale. L’abuso sessuale ha un sommerso che è prioritario: ad esempio, si sa che la quota di maschi che vengono abusati sessualmente dal padre o dal nuovo compagno della madre, dall’amico di famiglia, dal nonno, dallo zio, è alta. La mia esperienza è che i maschi bambini accedano pochissimo al nostro sevizio (Centro contro la violenza sessuale e Centro contro la violenza domestica). Allora ci sono due possibilità: o in Italia c’è un abuso sessuale fondamentalmente sulle femmine, oppure, probabilmente, i maschi ne parlano meno. I maschi hanno una minore capacità di parlare, hanno una minore capacità di esporre se stessi; basti riscontrare che la maggiore frequenza di accesso alla psicoterapia è delle donne. Si dovrebbe fare molto di più per avvicinare i maschi alla possibilità di essere aiutati. C’è una bella esperienza a Bolzano: hanno creato prima di tutto un consultorio maschile della Caritas; si lavora sulla psicoterapia e sulla perdita del lavoro, ma anche sull’orientamento al lavoro; così facendo il consultorio è diventato un luogo frequentato da uomini sui vari aspetti della loro vita. Adesso è stata avviata anche la terapia sui maltrattanti, e per la prima volta i maltrattati arrivano spontaneamente. Quindi, se vogliamo che gli uomini si avvicinino alla psicoterapia, nei consultori familiari dobbiamo dedicare un giorno alla settimana a loro, vietando l’accesso alle donne. I maschi abusati sessualmente, quando sono un po’ più grandi, hanno maggiore difficoltà delle donne a riferire come è andato l’evento. È una ferita narcisistica più grave che per una donna perché nel corpo delle donne la violenza, lo stupro è considerato come parte possibile dell’essere femminile, cioè un rischio che ci accumuna tutte».

Sul razzismo non occorrerebbero leggi più severe?
«Esistono già leggi più severe sulle discriminazioni, ma il problema vero è che si è reso possibile un linguaggio aggressivo che un tempo non sarebbe stato civilmente accettato. Il razzismo in Italia non c’era perché avevamo pochi stranieri. Nel momento in cui competiamo sul lavoro, nell’assegnazione delle case popolari, per posti negli asili nido, si radicalizza il razzismo. Non si ha idea di ciò che riescono a dirmi le mie pazienti: “ci portano via i servizi che paghiamo noi”, come se gli stranieri non pagassero le tasse. Le pagano se vengono regolarmente assunti dai datori di lavoro; non le pagano se li facciamo lavorare in nero. Perciò la colpa è ancora nostra».

Cosa può dirci sugli sprechi della sanità?
«Il problema fondamentale della sanità è che il sistema non regge, perché c’è una commistione che viene chiamata libertà di scelta del cittadino e che in realtà ha portato a far sì che l’offerta pubblica sia rimasta invariata in termini di ospedali esistenti sul territorio, mentre l’offerta privata è aumentata».

Da donna di sinistra, impegnata nel sociale, ha anche fatto parte del Consiglio Superiore della Sanità quando era Ministro Livia Turco: questo le ha creato problemi nella carriera professionale?
«Per assurdo, no; credo che, nel momento in cui lavoro per un ospedale, per lo Stato in generale, per la Mangiagalli che è un’istituzione, io devo collaborare con altre istituzioni sia di centrodestra che di centrosinistra, qualunque sia il governo, la regione, il comune di riferimento per la cittadinanza. Le istituzioni hanno un dovere verso i cittadini che è quello di migliorare la qualità della loro vita, dunque tutto ciò che è in mio potere lo faccio».

Punuccia Cossu e Mariateresa Mereghetti

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO