Senza (s)campo, indagine condotta dal Naga sullo smantellamento del sistema Sprar e sui diritti umani negati ai migranti

«Il funzionamento del sistema di accoglienza è lo specchio della gestione del fenomeno migratorio nel nostro Paese: un mix tra razzismo istituzionale e normativo, logica emergenziale e violazione di diritti fondamentali - afferma Sabina Alasia

Mercoledì 11 dicembre, nella sede del Naga in via Zamenhof 7 a Milano, è stato presentato il rapporto “Senza (s)campo”, un’indagine sullo smantellamento degli Sprar. Il primo sistema pubblico per l’accoglienza richiedenti asilo e rifugiati, avviato nel 2000, diffuso su tutto il territorio italiano, che coinvolgeva istituzioni centrali e locali, che oltre alla distribuzione di vitto e alloggio, avviavano in modo complementare anche misure di informazione, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.

Il Naga (il serpente a sette teste della mitologia indiana, la cui valenza simbolica significa armonia e libertà per tutte le persone, soprattutto per quelle cui sono negati i diritti fondamentali) è un associazione di volontariato laica, indipendente e apartitica nata a Milano nel 1987 per garantire, con i suoi 400 volontari, assistenza sanitaria, legale e sociale gratuita a cittadine e cittadini stranieri irregolari e non, oltre a portare avanti attività di formazione, documentazione e lobbyng sulle istituzioni.

Il report di dicembre 2019 “Senza (s)campo” rappresenta il terzo lavoro di monitoraggio e analisi compiuto dall’Osservatorio del Naga (tra gennaio 2018 e novembre 2019, attraverso visite sul campo, interviste e raccolta dati ) con l’obiettivo di comprendere i cambiamenti nel sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, con particolare attenzione all’area di Milano.

Da un lato descrive le conseguenze della contrazione dei finanziamenti e della nuova normativa sulle strutture di accoglienza (o non accoglienza), dall’altro registra le esperienze di centinaia di persone che si ritrovano sul territorio metropolitano senza protezione e diritti.

«Nello svolgimento della nostra indagine, ci siamo trovati di fronte a uno scenario sempre più difficile con un abbassamento strutturale della tutela dei diritti che va a incidere su tre dimensioni fondamentali di qualsiasi percorso di integrazione: la casa, il lavoro, i documenti – afferma una volontaria del Naga -. Una delle conseguenze più evidenti di questo peggioramento è il numero crescente di persone che si trovano fuori dall’accoglienza. A Milano sarebbero almeno 2.608 i senza fissa dimora, secondo l’ultimo censimento della primavera scorsa».

I volontari del Naga hanno visitato nel corso della ricerca diverse tipologie di insediamenti (strutture coperte abbandonate, spazi all’aperto, palazzine abbandonate e giardini pubblici) per fornire un identikit delle persone fuori dal sistema di accoglienza e restituire una fotografia di queste marginalità. Le persone incontrate hanno provenienze diverse e status giuridici eterogenei: da stranieri che hanno richiesto la protezione internazionale, a stranieri con permesso di soggiorno in corso di validità, a cittadini italiani. Il minimo comune denominatore sembra essere l’instabilità abitativa, la precarietà occupazionale e salariale e la quasi totale assenza di tutele. Per quanto riguarda chi si trova al di fuori dell’accoglienza, il report descrive anche le risposte istituzionali, che si concretizzano prevalentemente in interventi numericamente insufficienti a favore dei senza fissa dimora e nella pratica costante degli sgomberi senza soluzioni alternative e giustificati dalla retorica della sicurezza e del decoro. 

«Negli ultimi tempi constatiamo un progressivo irrigidimento del sistema di accoglienza nell’area metropolitana. I rimpalli tra il Centro Aiuto Stazione Centrale (CASC), la Questura di Milano e la Prefettura di Milano, insieme con l’indebolimento del ruolo degli operatori e dei centri, riflette un sistema respingente ed escludente – spiega Milu, relatrice della ricerca -. La rete SPRAR oggi rinominata  SIPROIMI viene riservata ai soli beneficiari di protezione internazionale e  ai minori stranieri non accompagnati, non ai richiedenti asilo».

L’indagine sottolinea l’emergenza abitativa nella città e descrive le esperienze di associazioni del terzo settore, comitati di quartiere e organizzazioni politiche che tentano di offrire una risposta.

«Per quanto riguarda gli sgomberi è cambiata la normativa: nessun preavviso ufficiale, o ufficioso e funzionale ad allontanare le persone in anticipo, assistenti sociali solo in presenza di minori e non sempre, sgomberi effettuati anche in assenza di proposte alternative, poca attenzione alle condizioni di marginalità e fragilità, il CAT (Centro Accoglienza Temporanea) come unica proposta  – prosegue Milu –  tra il 2018/2019 sono stati sgomberati i magazzini all’angolo tra via Olivieri e via della Rovere , l’ex scuola Mazzini in via Zama, lo Scalo Porta Romana su via Lorenzini, il parco della Memoria industriale, via Palmanova, i giardini di viale Vittorio Veneto, via Corelli e l’ ex Palasharp a Lampugnano.  Ci sono stati 2.845 sfratti a Milano e provincia (nel 2017 erano stati 410) e a  fronte di 25.000 richieste per edilizia residenziale pubblica, sono stati assegnati  859 alloggi».

Esistono alcune, ma troppo poche, realtà solidali come: Ci Siamo! Per l’assistenza legale e logistica a occupazioni organizzate di stabili e appartamenti, Residence Sociale Aldo Dice 26X1: che conduce occupazione di stabili e contrattazione per l’accesso alle case popolari di nuclei familiari aventi diritto, Comunità di Sant’Egidio che mette a disposizione le proprie strutture per rispondere alle situazioni d’emergenza nel periodo estivo, Diaconia Valdese, attiva nel settore abitativo con due progetti che offrono soluzioni a persone che non riescono ad accedere all’affitto a prezzi di mercato.

«Il funzionamento del sistema di accoglienza è lo specchio della gestione del fenomeno migratorio nel nostro Paese: un mix tra razzismo istituzionale e normativo, logica emergenziale e violazione di diritti fondamentali – afferma Sabina Alasia, presidente Naga -. Le conseguenze non possono che essere disastrose: i diritti sono trasformati in concessioni, l’accoglienza è utilizzata come strumento di controllo ed esclusione e la povertà e l’indigenza sono diventate delle colpe». Conclude la presidente: “è quindi necessario ripensare non solo l’intera gestione dell’accoglienza e dell’immigrazione, ma l’idea di società che ci viene proposta, dove la solidarietà non ha più luogo».

I ragazzi del tahrib
Tharib in arabo significa ‘contrabbando di merce’, in somalo ‘viaggio irregolare’, il viaggio che fanno molti ragazzi del Corno d’Africa non solo per scappare da una situazione di pericolo ma anche per cercare una vita migliore ……

Sono pubblicista e videomaker, ancora prima che il mio appassionante mestiere fosse definito cosi. Dal 1974, anno del primo viaggio in Africa, in Somalia, realizzo documentari su tematiche sociali, antropologiche e storiche. Ho collaborato con diverse redazioni per programmi d’informazione e cultura, attualmente video-documento tutte o quasi tutte le iniziative che accadono nel sud della città (ma anche altrove).

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