Squid Games: scoppia la febbre coreana del gioco e del cinema della crudeltà

Irrefrenabile come un virus. Imprevedibile come un pugno dal quale non si è fatto in tempo a difendersi. Ma lascia quello sgomento che poi diventa fascinazione e interesse e inevitabilmente passione. Quando un film divide,

Irrefrenabile come un virus. Imprevedibile come un pugno dal quale non si è fatto in tempo a difendersi. Ma lascia quello sgomento che poi diventa fascinazione e interesse e inevitabilmente passione. Quando un film divide, apre un dibattito e spacca l’audience innescando una polemica, può ritenersi già vincitore.  E questo succede anche per le serie. Proprio come questo oggetto del desiderio e della discordia chiamato “Squid Games”. Serie coreana del regista e producer Hwang Dong-hyuk, che Netflix ci presenta in punta di piedi in questo ottobre, e che possiamo dire essere diventata un caso nazionale. Ancora presto forse per gridare al “cult”, ma questa serie presenta già contenuti forti e idee chiare da monopolizzare con merito la prima posizione della classifica di gradimento.

Fra videogioco, reality show e lotteria, per i pochi che sapranno soffrire fino all’ultimo pur di vincere. L’impianto narrativo di per sé sarebbe molto semplice, perché si segue la vicenda di anime dannate e semplici cittadini indebitati o insoddisfatti, che non si sa come, vengono adescati da una specie di casa di produzione che li scrittura per partecipare a una serie di giochi dove il montepremi da vincere è alto, come la stessa posta da pagare in caso di sconfitta. Cioè la perdita della vita

Soggetto semplice ma mai così violento ed emotivamente coinvolgente come in questo caso. La particolarità è data dal fatto che ogni singolo gioco non è nemmeno un rompicapo di calcoli, rebus o prove di ragionamento da giocatori di poker. Torniamo all’infanzia e l’età delle scuole elementari fra un-due-tre stella, biglie e poche altre prove rivisitate in chiave decisamente “pulp”. 

Squid Games non ha quindi nulla di diverso da un certo cinema della crudeltà e gli effetti di sangue a cui ci hanno già abituato autori del poliziesco del Sol Levante o la stessa Hollywood del mondo dell’horror tirato all’estremo. Non a caso usiamo il termine “pulp”, perché ci piacerebbe conoscere il parere del maestro Quentin Tarantino, fresco di passaggio alla Festa del Cinema di Roma e che in due capolavori come “Kill Bill”, ha onorato abbondantemente anche la cultura orientale del samurai e del sacrificio individuale accompagnato da effetti cruenti. 

Eppure Squid Games non è solo il recupero di un filone stilistico, né un sottoprodotto di una moda estrema. Paradossalmente nel corso di queste prime nove puntate ci sono momenti di grande profondità e di contenuti esistenziali che emergono nel rapporto di solidarietà improvvisa fra i protagonisti/giocatori, in primis il protagonista goffo e un po’ bambino come Seong Gi-Hun e l’amico Cho Sang Woo. 
Interpretazioni che restano nella memoria e nel cuore, tra l’altro per una volta senza l’ausilio dei nostri maestri del doppiaggio. 

Impossibile a tratti non affezionarsi nonostante lo scorrere di prove di crudeltà che metterebbero a dura prova anche un autore teatrale come Artaud, che fu il primo a narrare e denunciare la “disumanità” di un mondo in tempi non sospetti, e comunque lontani da Internet, cellulari e la cultura del consumismo dilagante.

Il bello di questa serie è proprio la capacità di saper spargere semi di speranza per un futuro più umano, ma all’interno di un involucro fatto di corridoi di egoismo e camerate al buio dove si consuma una lotta per la sopravvivenza sapendo che il vincitore dovrà essere per forza uno solo. E tutto questo in una freddezza e un clima di fatalismo vissuto con estrema dignità e rigidità da parte di personaggi che restano tipici di un mondo orientale, poco dedito al far trasparire emozioni.

Non è tardata a farsi sentire la levata di scudi da parte delle Fondazioni genitoriali e le realtà associative che ne ricordano il rischio estremamente diseducativo e pericoloso per le generazioni più giovani. Senza dubbio è una mossa necessaria, che rende però ancora più eclatante e curioso l’impatto di una serie che dopotutto non può risultare più dolorosa e provante della nostra esistenza e le tante notizie sconfortanti che giornalmente abbondano nei tg. 

Squid game dopotutto lancia un quesito ben più filosofico e profondo rispetto la meccanicità e le tempistiche ferree con le quali è stata costruita la “suspence” della sua sceneggiatura.

Cosa è peggio al giorno d’oggi? Cosa è davvero disturbante? Farsi soffocare da una vita di stenti e debiti o giocarsela fino in fondo in una prova di morte?

Davvero difficile scegliere allo stato attuale. Qualche tassello in più lo si scoprirà nella prossima serie di cui ancora non abbiamo anticipazioni. E forse è meglio così. Imprevedibile, ahinoi, come gli stessi giochi del destino. Ma non per questo meno entusiasmante e coinvolgente.  

Laureatosi nel 2001 al Dams è attualmente impegnato nel settore commerciale e logistico Italia / Estero. Teamplayer e rivendicatore della libertà di espressione fra Politica, Musica e Spettacolo. Sogna una nuova Nouvelle Vague da ricreare a Milano ascoltando una vecchia canzone anni '80 e un goal del... Milan! Citazione preferita: "Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte" (F. Truffaut).

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