Referendum “trivelle”, le posizioni del Sì, del No e di chi promuove l’astensione

Per alcuni non se ne sta parlando abbastanza, volutamente da parte del Governo, per scongiurare il quorum. Per altri, quello del 17 aprile, è un referendum abrogativo inutile, costoso, persino pericoloso. La consultazione sul “Rinnovo

referendum, Referendum “trivelle”, le posizioni del Sì, del No e di chi promuove l’astensione

Per alcuni non se ne sta parlando abbastanza, volutamente da parte del Governo, per scongiurare il quorum. Per altri, quello del 17 aprile, è un referendum abrogativo inutile, costoso, persino pericoloso. La consultazione sul “Rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa” sta dividendo la politica e l’Italia. E tra le posizioni dei promotori (che gridano allo scempio ambientale) e dei detrattori (che temono per la sorte dei lavoratori e denunciano gli alti costi della votazione), la distanza è incolmabile. Insomma non c’è spazio per posizioni sfumate né per punti di incontro ragionevoli.

Questa divisione si è riproposta nel Pd, dove la minoranza rappresentata da Roberto Speranza, a differenza della segreteria del partito, è schierata per il Sì (ma Bersani si è detto ancora in dubbio. Un no netto è arrivato da Romano Prodi, ormai distante dalla vita del partito). E subito si è aperto il contenzioso: chi avrà i numeri, a norma di statuto, per usare il simbolo del Pd in questa campagna elettorale? E ancora: può un grande partito schierarsi per l’astensione? Tanti quesiti, molta confusione. Per aiutarvi e aiutarci a fare chiarezza, vediamo le motivazioni del Sì e del No. Chi è schierato pro, chi contro… e chi si astiene.

Ma prima di cominciare va chiarito un aspetto: questa consultazione referendaria non ha raggiunto a suo tempo le 500mila firme necessarie per poter essere promossa, è stata invece votata e richiesta da nove assemblee di Regione (per la legge ne bastano cinque), che sono: Basilicata, Marche, Puglia (il presidente di questa Regione, Michele Emiliano, dirigente Pd, è un paladino del Sì), Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. Ecco com’è andata. Un tentativo di raccolta era stato fatto nel settembre del 2015 da “Possibile”, il movimento di Civati. Il parlamentare, dopo essere uscito dal Pd, aveva promosso la raccolta firme degli elettori a sostegno della presentazione di 8 referendum ambientali, due dei quali avevano a che fare con la ricerca e l’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare e su terraferma, cioè con le trivellazioni. Le 500mila firme non erano state però raggiunte.

Poco dopo – anche grazie alla pressione esercitata da associazioni, comitati e movimenti – dieci consigli regionali (all’inizio c’era anche l’Abruzzo, che poi si è ritirato) avevano deciso di presentare a loro volta 6 quesiti referendari, di cui poi ne è rimasto in piedi uno solo, approvato a gennaio dalla Corte Costituzionale: quello che del 17 aprile.

Le ragioni del Sì

Secondo i comitati “No-Triv”, appoggiati dalle nove regioni che hanno promosso il referendum e dal Comitato “Vota sì per fermare le trivelle”-“Il petrolio è scaduto: cambia energia!”, a cui hanno aderito più di 160 associazioni ambientaliste – dal WWF a Greenpeace e Legambiente, dall’Arci alla Fiom, dalle associazioni dei consumatori al Touring Club, alle cooperative della pesca –, le trivellazioni andrebbero fermate per evitare rischi ambientali e sanitari. I comitati per il Sì ammettono che per una serie di ragioni tecniche è impossibile che in Italia si verifichi un disastro (come quello avvenuto nell’estate del 2010 nel Golfo del Messico), quando una piattaforma esplose liberando nell’oceano 780 milioni di litri di greggio, ma sostengono che un disastro ambientale in caso di gravi malfunzionamenti di uno degli impianti sia comunque possibile. Alcuni aderenti ai comitati per il Sì hanno anche parlato dei danni al turismo che avrebbero arrecato le piattaforme. Greenpeace ha pubblicato uno studio realizzato dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca), che mostra come tra il 2012 e il 2014 ci siano stati dei superamenti dei livelli stabiliti dalla legge per gli agenti inquinanti nel corso della normale amministrazione di alcuni dei 130 impianti attualmente in funzione in Italia. Non sembra però che i valori fossero particolarmente preoccupanti. Gli stessi promotori della consultazione referendaria sottolineano che l’inquinamento non è la priorità che ha reso necessario il referendum.

La ragione principale, spiegano, è “politica”: dare al governo un segnale contrario all’ulteriore sfruttamento dei combustibili fossili e a favore di un maggiore utilizzo di fonti energetiche alternative. Com’è scritto sul sito del coordinamento “no-triv”: «Il voto del 17 aprile è un voto politico, in quanto, al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, è l’unico strumento di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria sulla Strategia Energetica nazionale che, da Monti a Renzi, resta l’emblema dell’offesa ai territori, alla stessa Costituzione italiana».

Le ragioni del No

Contro il referendum è stato fondato il comitato “Ottimisti e razionali”, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS. Il comitato sostiene che continuare l’estrazione di gas e petrolio offshore è un modo sicuro di limitare l’inquinamento: l’Italia estrae sul suo territorio circa il 10% del gas e del petrolio che utilizza, e questa produzione ha evitato il transito per i porti italiani di centinaia di petroliere negli ultimi anni. Una vittoria del Sì avrebbe anche conseguenze sull’occupazione, visto che migliaia di persone lavorano nel settore e la fine delle concessioni significherebbe la fine dei loro posti di lavoro. Nella provincia di Ravenna il settore dell’offshore impiega direttamente o indirettamente quasi 7mila persone.

Va detto poi che il legame tra piattaforme e danni al turismo non è stato dimostrato chiaramente. La regione col più alto numero di piattaforme, l’Emilia-Romagna, è anche una di quelle con il settore turistico più in salute. La Basilicata, la regione del sud più sfruttata per la produzione energetica, è stata una di quelle che negli ultimi anni hanno visto crescere di più il settore turistico.

L’aspetto “politico” è una delle principali ragioni per cui il referendum è stato criticato; secondo il Comitato “Ottimisti e razionali”, è lo strumento sbagliato per chiedere al governo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili (in Italia, nel 2014, le rinnovabili hanno coperto circa il 37,5% della domanda annuale. Il Fotovoltaico da solo contribuisce al 7,5% della domanda elettrica: 36 volte di più in soli 6 anni). Da questo punto di vista, il referendum somiglia più a un tentativo di alcune regioni di fare pressioni sul governo in una fase in cui una serie di leggi recentemente approvate e la riforma costituzionale in discussione stanno togliendo loro autonomie e competenze, anche in materia energetica.

Le ragioni dell’astensione

Chi invita all’astensione in modo esplicito sono la Segreteria del Pd e il governo: con quale motivazione? L’inutilità dello strumento. «Questo referendum non riguarda le energie rinnovabili, non blocca le trivelle (che in Italia sono già bloccate entro le 12 miglia, normativa più dura di tutta Europa), non tocca il nostro patrimonio culturale e ambientale. Come hanno spiegato i promotori, si tratta di dare un segnale politico. Perché nel merito il quesito riguarda la durata delle concessioni delle trivelle già in essere. Nient’altro», hanno detto i vicesegretari Pd Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani. Per i due vice di Renzi, «ci sono alcune piattaforme che estraggono gas. Vi lavorano migliaia di italiani. Finché c’è gas, è giusto estrarre gas. Sarebbe da autolesionisti bloccarle dopo avere costruito gli impianti, licenziare migliaia di italiani e rinunciare a un po’ di energia disponibile “made in Italy”. Col risultato che dovremmo acquistare energia nei paesi arabi o in Russia, a un prezzo maggiore». Guerini e Serracchiani continuano: «Il referendum voluto dalle regioni costerà 300 milioni agli italiani. La legge prevede che non possa essere accorpato ad altre elezioni. Pensiamo che i soldi per questo referendum potevano andare ad asili nido, scuole, sicurezza, ambiente… Se il referendum passerà, l’Italia dovrà licenziare migliaia di persone e comprare all’estero più gas e più petrolio. Chi vuole dare un segnale politico, fa politica: non spende 300 milioni del contribuente. Non c’è nessuna nuova trivella, ma solo tante bugie. La serietà prima di tutto».

Qual è l’impatto del petrolio in mare?

Secondo i Comitati “No-Triv”, a preoccupare non sono solo gli incidenti ma anche le operazioni di routine che provocano un inquinamento di fondo: in mare aperto la densità media del catrame depositato sui nostri fondali raggiunge i 38 milligrammi per mq: tre volte superiore a quella del Mar dei Sargassi, che è al secondo posto di questa classifica negativa con 10 microgrammi per mq. Inoltre il mare italiano accanto alle piattaforme estrattive porta l’impronta del petrolio. Due terzi delle piattaforme ha sedimenti con un inquinamento oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. I dati sono stati forniti da Greenpeace e vengono da una fonte ufficiale, il ministero dell’Ambiente.

Secondo il Comitato “Ottimisti e razionali”, l’estrazione di gas è sicura. C’è un controllo costante dell’Ispra, dell’Istituto Nazionale di geofisica, di quello di geologia e di quello di oceanografia. C’è il controllo delle Capitanerie di porto, delle Usl e delle Asl nonché quello dell’Istituto superiore di Sanità e dei ministeri competenti. Mai sono stati segnalati incidenti o pericoli di un qualche rilievo. Il gas non danneggia l’ambiente, le piattaforme sono aree di ripopolamento ittico. I limiti presi a riferimento per le sostanze oggetto di monitoraggio e riportati nel rapporto di Greenpeace non sono limiti di legge applicabili alle attività offshore di produzione del gas metano. Valgono per corpi idrici superficiali (laghi, fiumi, acque di transizione, acque marine costiere distanti 1 miglio dalla costa) e in corpi idrici sotterranei.stretta ad abbandonare il giacimento, anche se nei pozzi si trovasse ancora del gas.

Cosa succede in caso di vittoria dei Sì

Il referendum non modifica la possibilità di compiere nuove trivellazioni oltre le 12 miglia e nemmeno la possibilità di cercare e sfruttare nuovi giacimenti sulla terraferma: e compiere nuove trivellazioni entro le 12 miglia è già vietato dalla legge. Una vittoria dei Sì al referendum impedirà l’ulteriore sfruttamento degli impianti già esistenti una volta scadute le concessioni. Un esempio: il giacimento di Porto Garibaldi Agostino, che si trova a largo di Cervia, in Romagna, è in concessione all’ENI ed è sfruttato da sette piattaforme di estrazione. La concessione risale al 1970 ed è stata rinnovata per dieci anni nel 2000 e per cinque nel 2010. In caso di vittoria del sì, l’ENI potrà ottenere una seconda e ultima proroga per altri cinque: dopo sarà costretta ad abbandonare il giacimento, anche se nei pozzi si trovasse ancora del gas.

Servizio di Giovanna Tettamanzi

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di dargli un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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