Tra i senza dimora della Stazione centrale, con i ragazzi delle parrocchie di Gratosoglio

«Sono arrivato a piedi dal Pakistan». È un giovane, sui trent’anni, me lo dice mangiando un piatto di pasta, in piedi lungo il muro della Stazione Centrale, una sera appena dopo Natale. Siamo sottozero, le

«Sono arrivato a piedi dal Pakistan». È un giovane, sui trent’anni, me lo dice mangiando un piatto di pasta, in piedi lungo il muro della Stazione Centrale, una sera appena dopo Natale. Siamo sottozero, le strade sono piene di neve, di persone in cerca di cibo e di un posto per passare la notte.

Ci vedono altri “senza dimora”, quasi come fantasmi ci raggiungono. Distribuiamo pasta e the anche a loro. Vorremmo parlarci, chiedere chi sono, come mai sono qui. Ma non è facile parlare a chi ha fame, le scarpe fradice e giubbotti da pochi euro.

Uno di loro, più loquace, in un discreto italiano ci spiega che lui è da diversi anni in Italia, lavorava in una legatoria, poi come lavapiatti ma ora, con la pandemia, «Ho perso lavoro e casa». Ci raggiunge anche un uomo vestito di stracci uno sopra l’altro e una lunga barba. Porta con sé un carrello. Ci chiede dell’alcool. Non l’abbiamo: se ne va imprecando.

A tre settimane di distanza dall’esperienza sconvolgente di vedere da vicino persone che dormono all’addiaccio, torno alla Stazione Centrale, ancora assieme ai ragazzi degli oratori San Barnaba e Santa Maria Madre della Chiesa di Gratosoglio. Il freddo è lo stesso, la sensazione di inadeguatezza e impotenza anche. Così come il timore di essere travolto dalle contraddizioni inaccettabili di questa nostra contemporaneità, di fronte alle quali è difficile tornare a distogliere lo sguardo, una volta al caldo della propria casa.

Le persone da assistere sono tante. Secondo i volontari più esperti, di più rispetto agli anni scorsi: la pandemia ha creato nuovi poveri. Troviamo anche una coppia di italiani, di Milano, cercano indumenti, non hanno una casa, vogliono andare a Dubai, al caldo, da parenti che lavorano là. Altri senza tetto, dopo aver visto i ragazzi di Gratosoglio già diverse volte, iniziano a parlare. Le loro sono tutte storie tragiche, di persone con un sogno di benessere che si è infranto, come forse la loro stessa stabilità psichica: alcuni straparlano, come alla ricerca di un perché della loro condizione che non riescono a trovare.

Rispetto al periodo natalizio, il Comune è riuscito a recuperare parte del tempo perduto. Il Piano freddo, partito solo il 1° dicembre, a causa di bandi fatti tardi e troppo complicati a causa dell’emergenza Covid, è ora in grado di ospitare fino a 2mila persone, in sicurezza. In fondo a via Sammartini sono stati allestiti tre gazebo per test covid rapidi. «Abbiamo posti disponibili – illustra l’assessore alle Politiche sociali e abitative Gabriele Rabaiotti, incontrato una sera in Stazione centrale a una preghiera interreligiosa – e altri lo saranno nei prossimi giorni. Le strutture, oggi sono tutte decorose, confortevoli e sicure. Quest’anno, tra l’altro, per l’emergenza da Covid 19, ognuna è stata allestita con un numero limitato di posti letto in modo da mantenere il distanziamento. I tamponi fatti prima dell’ingresso nei centri, gli accorgimenti e i dispositivi messi in campo e il costante monitoraggio sanitario da parte di Emergency le rendono sicure anche dal punto di vista sanitario».

I problemi rimangono comunque tanti. Da una parte quello dell’informazione ai senza tetto, molti dei quali non sanno a chi rivolgersi. Dall’altra, una ritrosia a farsi identificare, anche informalmente. «Capire come trovare assistenza è difficile per un senza tetto, categoria all’interno della quale rientrano sia i senza tetto abituali che coloro che pandemia e perdita di lavoro conseguente hanno sbattuto per strada – ci spiega una volontaria delle Rete Milano che, con i ragazzi delle parrocchie di Gratosoglio, portano generi di conforto e indumenti caldi a chi dorme per strada –. Ma soprattutto il problema sono i cosiddetti Transitanti, che arrivano a Milano dalla rotta balcanica o via mare, che aspirano a spostarsi il prima possibile per dirigersi verso altri paesi. Si tratta di persone senza documenti o se li hanno sanno temono di essere registrati e indirizzati ai Cpr di via Corelli, per poi essere rimpatriati. Capite che per persone che hanno fatto migliaia di km a piedi, vivendo in condizioni che non possiamo neanche immaginare, superando ostacoli e rischiando la vita, questa è una ipotesi assolutamente da evitare».

Anche a costo di morire di freddo e indifferenza.

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