Tre articoli per i 700 anni dalla morte di Dante. 3 – Il personaggio di Ulisse: tra mondo classico ed epoca contemporanea

Il personaggio di Ulisse viene collocato, da Dante, nel XXVI Canto dell'Inferno.Sin dall'Iliade l’“areté” (“virtù”) greca è uno dei tratti distintivi del re di Itaca, la sua straordinaria saggezza ne fa un insuperabile stratega, sul

Il personaggio di Ulisse viene collocato, da Dante, nel XXVI Canto dell’Inferno.

Sin dall’Iliade l’“areté” (“virtù”) greca è uno dei tratti distintivi del re di Itaca, la sua straordinaria saggezza ne fa un insuperabile stratega, sul piano delle decisioni belliche. Esattamente ad Ulisse, giunge l’ispirazione per l’inganno del “cavallo di Troia”: l’eroe spalanca agli Achei (i Greci) le porte per la vittoria della guerra contro Troia.

Nell’Odissea, abbiamo a che fare con Ulisse “homo viator”, tendente a percorrere il mondo e spinto dal desiderio di sapere. Ricordiamo che il lasso di tempo che intercorre tra la partenza ed il ritorno nell’amata Itaca è di ben 20 anni. La sua virtù lo conduce al successo, dopo gli incontri con la maga Circe, il ciclope Polifemo e le Sirene: riesce sempre a riprendere il viaggio, grazie alle più diverse strategie.

Forte del patrimonio ereditato dai poemi omerici, Dante riserva ad Ulisse una punizione particolare, per via dell’irrefrenabile istinto di sapere: lo posiziona nella VIII “Bolgia” del VIII “Cerchio” (“consiglieri fraudolenti”). Perché non appena è pervenuto ai limiti del mondo geograficamente conosciuto, Ulisse spinge i compagni verso il “mondo sanza gente”; ossia, una realtà mai esplorata (“priva di popolazione”), idealmente un “mondo altro”. L’eroe brama la conoscenza di ciò che non può essere, per natura, abbracciato dallo sguardo dell’uomo, poiché si colloca oltre il limite. “Geografia” (come luoghi fisici esplorati) e “Gnoseologia” (il sapere) si incontrano: senza l’esperienza concreta non c’è conoscenza a pieno titolo.

“O frati”, dissi “che per cento milia 
perigli siete giunti a l’occidente, 
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente, 
non vogliate negar l’esperienza, 
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza: 
fatti non foste a viver come bruti, 
ma per seguir virtute e canoscenza”.  

Come avviene durante l’incontro con le Sirene, si tratta dell’impossibile, che non può essere esperito.

La lettura di Massimo Donà in “Abitare la soglia” ci permette di comprendere come tale episodio corrisponda perfettamente all’atteggiamento dell’Ulisse dantesco. Le Sirene promettono ad Ulisse l’irrealizzabile infinito, oltre il quale “tutto si può sapere”. La ragione viene posta di fronte all’impossibile e, di per sé, cederebbe ad una siffatta situazione illusoria. Infatti, il sapere assoluto (dal latino “ab-solvere”, “rendere sciolto”), non può essere veritiero, in quanto disancorato dalla realtà; non se ne può fare esperienza.

Alla stessa maniera, nelle celebri terzine in cui Ulisse invita i suoi compagni a seguire “virtute e canoscenza”, egli pretende da costoro l’esatto opposto del suo comportamento, proteso verso l’inattingibile assoluto.

Secondo un’interpretazione filosofica tra le più accreditate, questi due termini (virtù e conoscenza), che Dante mutua dalla tradizione della filosofia di Epicuro (341 – 270 a.C.), verrebbero attribuiti in modo improprio, da Dante ad Ulisse. Quest’ultimo, sul piano cronologico, precederebbe (per quanto sia un personaggio della mitologia) gli epicurei e non potrebbe, dunque, conoscerne la filosofia.

Da una parte, Dante avrebbe commesso un errore ermeneutico (legato alla sua lettura di Ulisse); d’altra parte, l’atteggiamento di Ulisse non darebbe prova di incarnare quella stessa virtù e quella stessa conoscenza, di cui ritiene di essere depositario. Infatti, secondo gli epicurei, la vera felicità spetta a colui che riesce saggiamente a perseguirli.

Ulisse rimane (tanto in Omero, quanto in Dante), in preda al suo istinto “schizofrenico” (provoca una dissociazione, tra le parole pronunciate e la sua effettiva condotta, in senso morale).  Precisamente per queste ragioni, Dante finisce per punirlo nell’Inferno.

La figura di Ulisse, ripresa nel XIX e XX Secolo, può essere riconducibile all’artista romantico e contemporaneo. Entrambi vivono un profondo tormento, un irrefrenabile senso di insoddisfazione. Perfezionismo ossessivo; ma anche, disagio esistenziale. Il perfezionismo ossessivo è la tendenza a concepire componimenti artistici “dettati” da una particolare ricercatezza e raffinatezza, talvolta eccessive, in quanto coinvolgono l’autore in maniera totale, rivelandosi corrosivi per il suo stato emotivo. Il disagio esistenziale consiste nello stare al mondo avvertendo una frattura con la realtà, da cui l’artista ribelle, spesso visionario, si distacca, per infrangerne i canoni e creare in maniera del tutto libera e innovativa.

Giungiamo, infine, alla letteratura del Novecento, con James Joyce (1882-1941). L’autore irlandese è passato alla storia con l’omonimo romanzo, “Ulisse”, dove i personaggi principali (Leopold e Molly Bloom, Stephen Dedalus) ricalcano quelli omerici. L’itinerario conoscitivo ereditato dalla tradizione omerica è pressappoco il medesimo. Ciononostante, il paradigma dantesco viene radicalmente sovvertito: nessun’idea di “ordine” a carattere metafisico o morale. Prevale la forma del monologo in cui, attraverso il cosiddetto “stream of consciousness” (“flusso di coscienza”), si esprime una modalità di comunicare destabilizzante e rivoluzionaria, in quanto basata su libere associazioni di ispirazione psicologica (William James) e psicanalitica (Sigmund Freud), secondo uno stile disarticolato, ossia privo di punteggiatura.

Schizzo di Joyce del 1926 in cui immaginava Leopold Bloom. Sopra i versi i primi versi in greco dell’Odissea di Omero: “Narrami, o musa, dell’eroe multiforme, che tanto/ vagò”

Per citare i filosofi Vincenzo Vitiello e Italo Valent, in tal caso, “la crisi del linguaggio” si rovescia in un “linguaggio della crisi”. Se la facoltà determinativa e razionale del linguaggio è posta davanti al suo scacco, proprio questo diventa il momento in cui tale “crisi” trova, invece, la massima espressione: la frammentarietà dell’io, tema spesso presente nel XX Secolo.

Risulta evidente come, da Omero a Joyce (passando attraverso Dante), Ulisse continui a “peregrinare”, seppur secondo espedienti narrativi e lessicali che variano, a seconda delle epoche storiche in cui sono collocati.

Tutte queste interpretazioni si rivelano, pur sempre e comunque, portatrici di un senso profondo, che affonda le radici nella “Grecità”.

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Sono un giovane scrittore, filosofo e critico musicale. Ho pubblicato una silloge poetica (2020) e tre saggi (2017-2019). Nel 2020, ha ottenuto 10 riconoscimenti internazionali, in 6 premi letterari.

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