Tre articoli per i 700 anni dalla morte di Dante: 2. Paolo e Francesca, metafora dell’eterna lotta tra ragione e sentimento, ispirazione per musica e pittura

1300, primo Giubileo della storia. Siamo in pieno Medioevo. Dante inizia il suo “viaggio”, nella Divina Commedia. Delle 3 cantiche, l'Inferno è, senza dubbio, la più nota e studiata: in essa, confluisce una molteplicità di

1300, primo Giubileo della storia. Siamo in pieno Medioevo. Dante inizia il suo “viaggio”, nella Divina Commedia. Delle 3 cantiche, l’Inferno è, senza dubbio, la più nota e studiata: in essa, confluisce una molteplicità di personalità, passate e “presenti”, sulla base della legge del “contrappasso”.

Tra le terzine universalmente più note della Commedia, vi sono quelle dedicate al personaggio di Francesca da Rimini (V Canto), al quale sono stati attribuiti diversi livelli di lettura.

Francesca e Paolo si trovano nel “Cerchio” dei “lussuriosi”, che Dante definisce con la seguente perifrasi: coloro “che la ragion sottomettono al talento”. I due amanti sono avvolti da una coltre, secondo una “leggerezza” che, sulla base del “contrappasso”, corrisponde al loro adulterio. La donna ha tradito il marito (Gianciotto Malatesta), che li ha sorpresi, uccidendoli. Non a caso, nel suo lungo monologo, Francesca recita:

Amore condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense
Queste parole da lor ci fuor porte.

come anticipazione di quello che sarà il destino dell’assassino (“colui che a vita ci spense”). “Caina”, una delle regioni dell’Inferno più profondo, lo “attende”.

Sono sorti svariati dibattiti in merito al personaggio di Francesca e alla “posizione” che Dante assume, nei suoi confronti. Il poeta la descrive in un modo tale, da metterne in rilievo la “nobiltà d’animo”. Mentre “Dante personaggio” si sente tanto vicino a Francesca, fin quasi a “giustificarla”, d’altro canto, “Dante giudice” è costretto a punirla.

Analizziamo entrambe le interpretazioni, parimenti valide.

Nel primo caso, Dante recupera il patrimonio della “lirica cortese” di area francese, quando – qualche secolo prima – Andrea Cappellano (1150-1220) aveva scritto un trattato: il De amore. Cappellano riteneva totalmente naturale il fatto di obbedire all’istinto dell’amore, anche in un contesto extraconiugale. Come nel caso di Paolo e Francesca. A ciò, si aggiunga l’attributo -femminile – di “nobiltà d’animo”, come topos letterario, nella produzione dei massimi esponenti del Dolce Stil Novo: Guido Cavalcanti (1255-1300) e Guido Guinizzelli (1230-1276). Muovendo da tale tradizione, Dante ha creato il personaggio di Beatrice (ovviamente, realmente esistente).

Nel secondo caso, il poeta sarebbe costretto, nonostante la sua profonda ammirazione per Francesca, a collocarla dove costei si trova attualmente, poiché ha infranto la fedeltà tra marito e moglie, con delle ripercussioni su un ordine superiore, morale e metafisico.

Tra queste due interpretazioni, se ne situa una terza.

Il poeta parla, in diversi momenti, di “pietà”, ed è esattamente sotto questa luce, che dovrebbe essere letto l’intero canto. Dante prova pietà per Francesca: per citare Massimo Cacciari, si ricollega alla compassione, “patere cum” (dunque, di derivazione latina). Compassione è capacità di provare sensazioni molto vicine ad una persona estremamente sofferente, mettendone in luce l’umanità; in tutte le sfaccettature concepibili. Tant’è vero che, al termine del monologo di Francesca, Dante perderà i sensi, per via dell’intensità esasperata delle emozioni provate. Originariamente, il termine latino “pietas” era stato riferito ad Enea (nell’omonimo poema dedicato), per sottolinearne l’atteggiamento di “devozione”, nei confronti di: famiglia, divinità e patria. Un concetto che si potrebbe fare risalire agli stessi poemi omerici: attraverso Ettore, Achille (Iliade) e Ulisse (Iliade, Odissea).

Un’altra possibile proiezione temporale, orientata verso il futuro, vedrebbe, nella pietà intesa come “patere cum”, il concetto – coniato dalla filosofa Edith Stein (1891-1942) – di “empatia”: capacità di provare sensazioni “in sintonia” con qualcuno. Questo, per mostrare come il concetto di pietà presentasse, sin dall’utilizzo che ne faceva Dante, una connotazione potentemente psicologica. A tal punto da essere ripreso dalla filosofia contemporanea, seppur con sfumature leggermente diverse (Stein si colloca nella corrente “fenomenologica”, per molti aspetti analoga a quella psicologica).

Paolo e Francesca nella musica e nella pittura

In merito alla pittura, riferendomi al quadro “Francesca da Rimini e Paolo Malatesta appaiono a Dante e Virgilio” presente nel Louvre (vedi immagine sopra), si tratta di un dipinto in cui i due amanti sono raffigurati in un abbraccio dalle cui linee si forma, idealmente, un quadrilatero. Le linee tracciate dall’artista, Ary Scheffer (1795-1858), sono concepite per restituire l’aspetto viscerale del legame tra i due. Viene anche evidenziata la sofferenza, nello sguardo di entrambi. Sulla destra, Dante e Virgilio li osservano attentamente: le figure dei poeti sono difficilmente distinguibili, ma condividono la stessa espressione, guardinga e dubbiosa.

In musica, il pianista e virtuoso romantico Franz Liszt (1811-1886) ha composto la Dante Sonata, ispirandosi al Canto V.  Il brano si caratterizza per un incipit lugubre e tormentato, cui segue una seconda parte, più lirica e meditativa. Vi è una pluralità di contrasti, tra sonorità che sembrano evocare letteralmente gli abissi infernali e, d’altro canto, la volontà di una risoluzione superiore e salvifica. Liszt ha a lungo viaggiato in tutta Europa, per poi comporre Les Années de Pèlerinage, una raccolta, tra i suoi più grandi capolavori, dedicati al patrimonio italiano (da lui studiato ed esplorato, in ambito poetico, filosofico, musicale ed artistico).

Tra le molte composizioni musicali ispirate alla vicenda di Paolo e Francesca, segnaliamo anche la Fantasia per orchestra, op. 32 “Francesca da Rimini” di Petr Ilic Cajkovskij, l’opera lirica di “Francesca da Rimini” di Sergei Rachmaninoff. In Italia ricordiamo l’opera lirica “Francesca da Rimini” musica di Riccardo Zandonai, libretto di Tito Ricordi, tratto dall’omonima tragedia di Gabriele D’Annunzio.

Marzo 2013. Una scena dell’opera “Francesca da Rimini” di Zandonai, in scena al Metropolitan di New York.

Ecco come, in ultima analisi, il personaggio di Francesca risulti tra i più complessi e controversi, sul piano interpretativo.

Ed è proprio in virtù di tali aspetti, che si può generare una molteplicità di livelli di lettura; ricorrendo non solo alla letteratura, ma anche alla stessa arte.

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Tre articoli per celebrare i 700 anni della morte di Dante: 1°. Struttura poetica e riferimenti filosofico-letterari della Divina Commedia

Sono un giovane scrittore, filosofo e critico musicale. Ho pubblicato una silloge poetica (2020) e tre saggi (2017-2019). Nel 2020, ha ottenuto 10 riconoscimenti internazionali, in 6 premi letterari.

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