Tullio Pericoli e i suoi “frammenti” di paesaggi, fino al 9 gennaio in mostra a Palazzo Reale

“Dipingo i paesaggi perché si aprano verso di me e mi includano, dandomi il piacere di abbandonarmi al loro destino. Dipingo per raccontare l’uomo, il suo esistere e lo scorrere del tempo. Li dipingo soprattutto

“Dipingo i paesaggi perché si aprano verso di me e mi includano, dandomi il piacere di abbandonarmi al loro destino. Dipingo per raccontare l’uomo, il suo esistere e lo scorrere del tempo. Li dipingo soprattutto per il piacere di dipingere. E mi piace immaginare che qualcuno a questo piacere possa partecipare”.

Son davvero belli i “paesaggi” di Tullio Pericoli, ed è un piacere soffermarsi su questi fogli e su queste tele sapientemente disposti nell’allestimento di Pierluigi Cerri nelle preziose sale dell’Appartamento dei principi a Palazzo Reale, in cui si tiene (fino al 9 gennaio 2022) la mostra monografica Frammenti, dedicata alla lunga carriera dell’artista marchigiano, milanese dal 1961, 85 anni compiuti il 2 ottobre (“Venivo da Colli del Tronto. Ero pieno di ansia e di trepidazione. Ma dopo qualche mese ero già innamorato di Milano”).

Oltre 150 opere esposte, tra olii, acquerelli, matite su carta che vanno dal 1977 fino alla produzione artistica più recente. Un pulviscolo poetico ricopre questi paesaggi che sembrano quasi staccarsi e distinguersi dallo sgomento del mondo, fragile e tormentato, capace di innescare ricordi, riflessioni, domande. Infinite visioni di paesaggi. Immaginati o osservati dal vero. Fitti di segni, di tracce, fratture, faglie che suggeriscono le lente mutazioni che il territorio nasconde naturalmente al proprio interno. Gli smottamenti, le frane, i cedimenti, i sedimenti geologici (“Vorrei che nelle mie pitture si percepisse questo sentimento dei millenni”). Un susseguirsi di morbide colline e dolci pianure, filari e calanchi come tante onde che si rincorrono, in un mare invisibile di profondissima quiete. In una immobilità vorticosa, apparentemente sempre le stesse e in continuo mutare: tela dopo tela, di stagione in stagione, perfino di ora in ora. E il pennello o la matita coglie, di volta in volta, il ripetersi sempre diverso delle foglie d’erba su un prato, forme e geometrie nella loro luce, nei loro colori. Linee curve e verticali, oblique, orizzontali.

Terre, cieli, venti, orizzonti tenui che tacitamente si mettono a contatto con l’infinito. “Mi piace si possa immaginare anche quello che è escluso dal quadro che è ai lati, o sopra, o sotto, perché il quadro in fondo non è che un frammento, una parte di un tutto che continua ad esistere anche se non viene rappresentato”. Con la consapevolezza che “ciò che è riportato sulla tela non è che parte infinitesimale di un frammento tra miriadi di frammenti. Frammenti che messi assieme ricostruiscono un unico paesaggio dell’anima che l’autore percorre ogni giorno nella sua mente e che decostruisce e ricostruisce. Geografia fisica e quella interiore. In mezzo c’è lui: che guarda, sempre in prospettiva e dall’alto, con lo scopo di estraniare ed astrarre, interrogando la materia che esplora con quegli occhialini tondi e l’aria sorpresa, dubitativa, irrequieta. Come se l’artista volesse restituirci il momento in cui il suo contatto con la realtà si trasforma, nell’immagine che porta dentro, agli scorci mai dimenticati della sua infanzia.

“Ho avuto negli occhi e nella mente quel paesaggio perché ci sono nato. Un grande insieme di suoni, visioni, odori e sapori che si mantengono nella memoria”. Da questo punto di vista, la pittura di paesaggio di Tullio Pericoli ha molto a che fare con la scrittura autobiografica. “Vedute autobiografiche”, così le definisce il curatore della mostra Michele Bonuomo. I colori sono sempre i toni del verde e del marrone, con improvvise accensioni, qua e là da tocchi di rosso, arancio, giallo. Bianchi abbacinanti, Tullio Pericoli dipinge, citando Vincent Van Gogh come “un contadino che ara e traccia le sue linee sulla superficie del terreno” (Tullio Pericoli, Pensieri della mano, Adelphi).

Un racconto: per immagini, certo, ma anche attraverso le parole. Anche qui i titoli dei quadri sono indicativi: archeologia, frammenti, controcampo, moto in luogo, movimenti stagionali, perdita d’occhio, semine, nebbie, sconfinamenti, fioriture.

Ecco nelle ultime sale, i suoi celebri ritratti, in cui Pericoli con pochi rapidi tratti di matita restituisce a suo modo (spesso trasfigurandole) fisionomie e psicologie di personaggi che spaziano tra Franz Kafka, Friedrich Nietzsche, Eugenio Montale, Umberto Eco, Oscar Wilde, Marcel Proust, Samuel Beckett, Pier Paolo Pasolini (nel disegno sopra) , Cesare Pavese. Nella convinzione sempre che “i ritratti sono racconti”. L’individuo è nel volto che rivela e lascia immaginare il romanzo di una vita.

Info sulla mostra su: www.palazzorealemilano.it

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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