“Una Storia di due Mondi”, i colori dell’amore di Marc Chagall in mostra al Mudec

«Nella vita, proprio come nella tavolozza del pittore, non c’è che un solo colore capace di dare significato alla vita e all’arte: il colore dell’amore». Ancora poco più di un mese per non perdere l'importante

«Nella vita, proprio come nella tavolozza del pittore, non c’è che un solo colore capace di dare significato alla vita e all’arte: il colore dell’amore». Ancora poco più di un mese per non perdere l’importante mostra dedicata a Marc Chagall Una Storia di due Mondi, in corso al Mudec di Milano. “Il poeta con le ali di un pittore”, come Henry Miller lo aveva definito. Un artista che ha sviluppato uno stile unico e personale che abbraccia e, al tempo stesso, supera tutti i movimenti a lui coevi (cubismo e fauvismo in testa). Fino al 31 luglio sono esposte più di 100 opere, tra dipinti, disegni, incisioni, acqueforti, acquarelli, gouache, inchiostri, stampe, tutte provenienti dalla straordinaria collezione dell’Israel Museum di Gerusalemme, donate per la maggior parte dalla figlia di Chagall, Ida, e da amici. 

La mostra è una festa per gli occhi. Una esplosione di colori provenienti dalle sue visioni oniriche e da ricchi bouquet di fiori (“Forse perché io ero povero, nella mia casa non c’erano mai stati fiori. I primi me li portò Bella”). Ogni suo dipinto genera lo stupore, il sogno, la leggerezza che abbiamo dimenticato in questi tempi drammatici segnati dalla brutalità della guerra e dalla pandemia, comunicando gioia e speranza all’osservatore. Le sue tele somigliano alle favole dell’infanzia raccontate dalle mamme e attendono d’incrociare uno sguardo complice, candidamente incantato per ricordarci che la vita è bella, pur se cammina sul filo della catastrofe. È un mondo ingenuo ed irreale che adombra un messaggio intensamente spirituale, una fede incrollabile nella forza dell’amore, una ferma fiducia nella possibilità che essa possa esorcizzare il dolore e trasformare la miseria della vita quotidiana in un meraviglioso viaggio in un regno incantato. E l’amore rimarrà il tema centrale della sua pittura. Come esistono poesie d’amore esistono anche quadri d’amore. E uno dei più famosi simboli chagalliani dell’amore è l’immagine di innamorati felici che fluttuano nell’aria: perché “l’amore non è amore se non ci si sente ardere e volare”, diceva Chagall. Bella e Marc non sono i soli a volare. Le tele trasfigurano l’amore di Chagall per la sua Bella in un sentimento universale. 

Gli elementi chagalliani sono immediatamente visibili. Chagall dipinge un mondo “senza gravità”, in cui gli innamorati fluttuano leggeri nell’aria, come se la gioia li sollevasse dal suolo, i violinisti suonano sui tetti, le capre sono blu, le case, i tetti, i cortili e le chiese di un villaggio sembrano galleggiare sotto la volta di un cielo azzurro. E insieme agli innamorati popolano il mondo onirico e fiabesco dell’artista russo, ebreo di Vitebsk, naturalizzato francese, visioni oniriche di animali volanti (mucche-capre e asini). Fiabe russe e leggende della tradizione ebraico-chassidica si mescolano nell’universo del pittore. Sogno e realtà sognata, il ricordo e la fantasia si confondono fino a diventare indistinguibili in una atemporalità sospesa. Un’atmosfera incantata, carica di nostalgia per la sua infanzia perduta ne costituisce l’aspetto più intrigante e affascinante.

Nelle opere esposte in mostra convivono con forza le tematiche legate alle sue due diverse “patrie”: la Russia, la Francia, “il paese dove sono nato una seconda volta”. «Abbiamo voluto mostrare il background culturale che ha poi segnato tutta la sua produzione artistica: Chagall non sarebbe Chagall senza la cultura ebraica, senza la cultura russa, senza la cultura francese», ha dichiarato la curatrice israeliana, Ronit Sorek, responsabile delle stampe e dei disegni dell’Israel Museum di Gerusalemme. 

Gli animali di La Fontaine e i colori di Chagall 

Accanto alle celebri, tele coloratissime, scopriremo lo Chagall più intimo, da foglio di carta, dove stendere una emozione allo stato puro, che a volte i dipinti perfezioneranno, altre no. Per arrivare nell’ultima sezione sino ai tre grandi progetti, una serie di memorabili acqueforti, commissionategli dall’editore e mercante d’arte Ambroise Vollard nel 1923. Una bellissima sorpresa. Perché opere raramente esposte. Le acqueforti delle Anime Morte di Gogol, portatrici delle atmosfere delle origini russe. Le variopinte gouaches per le favole seicentesche di La Fontaine che hanno come protagonisti gli animali, e simboleggiano con garbata ironia i difetti, i vizi e le virtù dell’umanità. Dominano i colori. Colori intensi e densi. Lupi rosa, asini verdi, prati rossi, mucche gialle. Ancora una volta Chagall riesce a stupire con le sue suggestioni, portandoci alla scoperta del mondo con l’animo di un bambino. Infine, l’illustrazione della Bibbia, che l’artista definì “l’alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli”. E che, rappresenta una fonte d’ispirazione costante per Chagall.

Quando Ambroise Vollard chiese all’artista di illustrare le sacre scritture, Chagall fu colto da tale entusiasmo che intraprese anche un viaggio in Palestina per conoscere di persona i luoghi della Bibbia. Ma nelle sue opere non è la Terra Santa ad apparire, a predominare in quanto luogo geografico, ma è ancora la sua anima, le sue memorie, la sua nostalgia e, ancora una volta, la sua poesia. Così le case dei villaggi ebrei della Bielorussia sorgono “paradossalmente” all’ombra di palme e ulivi, le galline dei suoi ricordi infantili razzolano insieme alle greggi degli antichi patriarchi, le anfore antiche si mischiano ai cappotti e ai colbacchi moderni, in una dimensione che da fisica si fa continuamente metafisica. Anni dopo avrebbe dichiarato: “Non vedevo la Bibbia ma la sognavo”.

“Io sono un piccolo ebreo di Vitebsk – soleva dire Chagall -. Tutto ciò che dipingo, tutto ciò che faccio, tutto ciò che sono, altro non è che il piccolo ebreo di Vitebsk. Sulle pareti blu cobalto della prima sala spicca una serie di stampe a inchiostro molte delle quali realizzate per illustrare Ma vie, l’autobiografia scritta a Berlino nel 1922, quando aveva 35 anni e già molte cose da raccontare, scritte inizialmente in russo e in yiddish e poi tradotte in francese dalla moglie Bella. Trasportati dalla suggestiva installazione sonora a cura di Kaos produzioni, ispirata alle contaminazioni provenienti dalla musica tradizionale klezmer e yiddish, suonata durante le principali feste ebraiche, utilizzando il violino e il clarinetto, veniamo catapultati nella natia Vitebsk, sempre presente, mai abbandonata, mai dimenticata. Ecco il classico shtetl, il villaggio in cui gli ebrei russi vivevano sotto il dominio degli zar: ecco la casa del nonno, la sinagoga in fondo al paese, un semplice negozio, il cortile della sua casa, animata da polli, cani e gatti. 

Lo zio Neuch leggeva la Bibbia avvolto nello scialle rituale, suo padre Zahar nel giorno del Grande Perdono indossava una veste bianca e non sembrava più un venditore di aringhe, ma il profeta Elia. E poi i torridi pomeriggi estivi dal rabbino Magilev, dove il piccolo Moisè doveva studiare le Sacre Scritture; le feste delle Capanne e dell’Allegrezza. Questo sarà il mondo della sua infanzia che popolerà per sempre la sua pittura fantastica, che continuò a evocare con nostalgia.

Moshe Segal (si farà chiamare Marc Chagall solo quando si trasferirà a Parigi, nel 1910), nacque nel 1887 a Vitebsk, tra le terre più sperdute dell’impero russo zarista (oggi nell’odierna Bielorussia) in una famiglia di ebrei di tradizione chassidica (una particolare corrente religiosa che fonda i propri principi su una spiritualità vitalistica, ricca di musica, danza e folclore) era il primo di nove figli. Il padre Zahar lavorava presso un venditore di aringhe. Ma lui vuole altro, vuole dipingere, studia pittura prima a Vitebsk e poi, dal 1907, frequenta l’Accademia Russa di Belle Arti a San Pietroburgo. Grazie all’aiuto di un mecenate, Max Mojsevic Vinaver, riesce a partire per la tanto agognata Parigi. Nel 1914 torna nella città natale, dove rimane a seguito dello scoppio della Grande Guerra. “Volevo rivedere lei. E lei, Bella Rosenfeld, il grande amore della sua vita, protagonista dei tanti capolavori dipinti da Chagal, è lì ad aspettarlo. Nel 1915 sposa Bella e nel 1916 nasce la figlia Ida. Deluso dall’esperienza sovietica nel 1923 lascia la Russia e si trasferisce con la moglie e la figlia, prima in Germania, a Berlino, per tornare infine a Parigi, con un “po’ di terra russa attaccata alle suole”.

Tra le opere più toccanti in mostra, sono le illustrazioni originali di Burning Lights e First Encounter, i due libri scritti dalla moglie Bella, che rievocano la vita nella comunità ebraica russa, pubblicati tre anni dopo la morte prematura di lei, a causa di un’infezione virale (muore a New York, dove si erano rifugiati, il 2 settembre 1944). Ed egli scrisse che “Ogni cosa divenne nera. Bella inizia il suo memoriale, come fosse scritto solo per Marc “E mi sono ricordata che tu, amico mio devoto, spesso mi chiedevi di raccontarti della mia vita, del tempo in cui ancora non mi conoscevi”. 

L’incontro con Bella

Nel 1909, di ritorno alla sua città Natale per una vacanza, Marc conobbe Bella Rosenfeld, a San Pietroburgo, alla fine di una calda estate del 1909. Lui aveva ventidue anni, lei quindici. A farli conoscere è Thea Brachman, un’amica comune, compagna di giochi per Bella e modella per Marc. L’incontro con Chagall è così descritto da Bella. “Ha i capelli ricci, spettinati. Occhi stranieri, non come quelli di tutti, lunghi, a mandorla… Ma quando gli occhi si aprono un varco sono blu, venuti dal cielo”. Chagall descrive così nella sua autobiografia i suoi sentimenti nei confronti di Bella: “Il suo silenzio è il mio. I suoi occhi, i miei. È come se mi conoscesse da sempre, come se sapesse tutto della mia infanzia, del mio presente, del mio avvenire; Io so che è lei, la mia donna. […] Non dovevo che aprire la finestra della stanza e lʼaria azzurra, lʼamore e i fiori entravano con lei”. Bella è la sua musa, abita i suoi giorni e le sue tele. È lei la donna in volo, l’amante in blu, la protagonista di tanti capolavori dipinti che per tanti anni ha influenzato le sue creazioni. E il suo volto è quello che ricercherà in tutte le altre donne (dopo la morte di Bella Chagall sposò nel 1952 Valentina Brodsky, Vava, di diciotto anni più giovane, donna di origini ebreo-russe, la compagna di vita degli anni della maturità). 

Nel 1937 Chagall prende residenza stabile in Francia. L’occupazione nazista lo fa fuggire insieme alla moglie in Costa Azzurra, poi in Spagna. Nel 1941 dopo mille peripezie riescono a imbarcarsi per gli Stati Uniti. I sei anni che vi trascorse non furono particolarmente felici: non si adattò mai allo stile di vita newyorchese, e all’improvviso morì Bella per un’infezione, a soli 52 anni”. Farà ritorno in Francia intorno al 1948, Bella non c’è più e il centro della sua attività, adesso, non è più Parigi ma Saint-Paul-de-Vence (oggi sede del Museo Chagall a lui dedicato) dove muore nel 1985 alla veneranda età di novantasette anni e dove è seppellito in una semplice tomba e tante piccole pietre poggiate attorno, come vuole la tradizione ebraica. 

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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