Uxoricidio, metafora di un’emancipazione che ancora non c’è

È sangue delle donne, quello che sta scorrendo a fiumi nelle disastrate famiglie italiane. L’accezione non sembri troppo truculenta; il numero delle donne morte ammazzate dai loro partner nel 2013 è in crescendo rispetto agli

È sangue delle donne, quello che sta scorrendo a fiumi nelle disastrate famiglie italiane. L’accezione non sembri troppo truculenta; il numero delle donne morte ammazzate dai loro partner nel 2013 è in crescendo rispetto agli anni precedenti: 120, no 128, di più, di più; l’ultimo dato, tratto da un servizio televisivo, parla di 170 uxoricidi. Tuttavia non è la precisione statistica che può interessare, ma l’escalation esponenziale che si registra da qualche anno a questa parte. L’orrore si estende sempre più, dentro e fuori i confini della nazione, senza che possa essere arginato. Vi è, però, una macabra variante: ormai il maschio vendicativo non se la prende soltanto con la propria femmina, ma anche con i figli di costei o avuti da entrambi. Piccoli bimbi di due, otto anni, sgozzati come vitelli o anche figli già adulti. Come sappiamo, la violenza si sviluppa quasi sempre all’interno delle mura domestiche dove, dentro il caldo nido protettivo, i figli presenti non hanno scampo. Un banale litigio può essere il detonatore per il tragico epilogo. Perché tutto ciò?

Sociologi, filosofi e psicoanalisti si cimenteranno in approfondite analisi. Ai profani non resta che assistere, quasi impotenti, alla carneficina chiedendosi perché? Ci si può rifare a qualche cenno storico, a constatazioni empiriche o, meglio, ad esperienze dirette ed indirette del fenomeno. La Chiesa ad esempio, ma potremmo dire le Chiese, ha negato per secoli l’esistenza di un’anima nelle femmine. Ne discusse il famoso Concilio di Macon durante il quale Gregorio I (585 d.C.) concesse l’anima alle donne. Prima si potevano vendere, uccidere, affittare ecc; ma non fu un colpo di bacchetta magica. La secondarietà delle donne si è trascinata, seppure con qualche sprazzo rivendicativo, fino ai giorni nostri, oscurando le pur notevoli conquiste del movimento femminista nei primi anni del secolo scorso (movimento delle suffragette) e dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Il fascismo, ad esempio, aveva negato il voto alle donne: le loro testoline non erano in grado di capire, discernere, votare. La donna/massaia/fattrice di figli, era relegata in casa per le cure domestiche. Il chiodo fisso di Mussolini, era far produrre tanti figli, figli della lupa per avere una maschia gioventù imponendo anche, ai giovani non sposati dopo i 21 anni, la tassa sul celibato. Tutt’oggi ad una donna incinta si dice “auguri e figli maschi”, maschi preziosi, preziosi per una eventuale guerra, preziosi per l’asse ereditario se trattasi di aziende di famiglia, preziosi per la continuazione del cognome, alla qual cosa, per fortuna, ha posto rimedio un recente disegno di legge, che riconosce ai coniugi la facoltà di assegnare ai figli il cognome della madre. Vedremo cosa dirà il Parlamento.  Difficile, dunque, scalfire questo solido strato ancestrale dalle meningi maschili. Loro sono e vogliono rimanere padroni dell’altra metà del cielo. Nell’immediato dopoguerra si è avuto un sussulto di emancipazione, da parte delle donne. Non poche le conquiste ottenute con i loro movimenti: dalla tutela della maternità all’aborto assistito, al divorzio, alla parità salariale, al diritto di famiglia, alle discusse quote rosa che impongono parità di rappresentanza nei gangli istituzionali. Sembrava che nulla avrebbe potuto oscurare queste sacrosante conquiste invece, senza accorgersi, si è scivolati in una fase regressiva ritenendo ormai raggiunti tutti i traguardi possibili. Mancavano però i più importanti: difendere e proteggere l’orgoglio e la dignità di essere femmina, di essere donna. È prevalsa l’illusione che devono essere le istituzioni, solo quelle, a vegliare sullo status quo femmineo. Di fronte al continuo massacro, al femminicidio, quasi tutti i movimenti femminili o femministi guardano, osservano, denunciano senza scuotere più di tanto le coscienze non solo delle donne, ma anche degli uomini. Non si sono visti uomini e donne scendere in piazza gli uni per condannare senza appello la malvagità dei propri simili, le altre per dire basta alla strage delle innocenti. Dopo ogni esecrabile delitto, consumato il rituale di circostanza, cala inesorabile il silenzio. L’elenco delle stragi familiari avvenute nel 2013, come negli anni precedenti, non ha una precisa collocazione socio/economica, avvengono sia in fasce medio alte che nelle cosiddette aree diseredate. Anche l’età dell’uxoricida varia.

Un anziano di 84 anni ha ucciso la moglie 82enne, accoltellandola; ferito anche il nipote intervenuto in difesa della nonna. Un altro uomo, Veli Selmanaj, per delle foto ritoccate da cui era stato tolto, dopo essere stato accusato di aver abusato della figlia, ha ucciso a colpi di pistola madre e figlia. Una 18enne rumena, si era fidata di un incontro su internet. Al primo appuntamento è stata strangolata ed abbandonata nuda nelle campagne.

Pinuccia Cossu

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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