VIDEO – Si ferma la guerra tra Netanyahu e Hamas, a terra, ancora una volta, i cocci dei sogni infranti dei giovani palestinesi

Venerdì 21 maggio, alle 2 del mattino, è arrivato finalmente il cessate il fuoco, che ha fermato l’ennesima guerra tra israeliani e palestinesi. Undici giorni di missili e bombe che hanno provocato la morte di

Venerdì 21 maggio, alle 2 del mattino, è arrivato finalmente il cessate il fuoco, che ha fermato l’ennesima guerra tra israeliani e palestinesi. Undici giorni di missili e bombe che hanno provocato la morte di oltre 200 persone innocenti, in prevalenza palestinesi. Un conflitto quello di questi giorni che appare, ancor più dei precedenti, nato per ragioni di consenso interno di Hamas e del governo uscente di Benjamin Netanyahu.

Una crisi nata dalla chiusura della scalinata davanti alla Porta di Damasco a Gerusalemme Est, la zona araba della città santa) all’inizio del Ramadan. Una provocazione gratuita del governo israeliano (vedi editoriale della testata israeliana Haaretz, riportata da Globalist) che ha dato la stura agli opposti estremismi. Fanatismi alimentati ad arte da una parte da Hamas, organizzazione terroristica affiliata alla jihad islamica che propugna la distruzione dello Stato di Israele e controlla la Striscia di Gaza in opposizione al governo agonizzante di Abu Mazen in Cisgiordania, e dall’altra dal governo uscente del premier nazionalista Benjamin Netanyahu, sotto processo per corruzione che, dopo 4 elezioni in 2 anni, stava perdendo il potere, a favore del premier incaricato il liberale Yair Lapid, che, per la prima volta, aveva avviato consultazioni anche con i deputati arabi israeliani.

Sullo sfondo i temi che si trascinano da anni, come lo status di Gerusalemme, i territori occupati da 54 anni, i campi profughi, le discriminazioni, la violazione dei diritti umani da entrambe le parti, le risoluzioni Onu ignorate, gli attacchi terroristici, le 12 guerre. Una situazione aggravata dal contesto geopolitico medio orientale e, in particolare, dalla contrapposizione Iran – Israele e dalle mosse incendiarie della presidenza Trump.

Problemi enormi e complessi, micce sempre accese, che i governanti dei due paesi utilizzano spregiudicatamente di volta in volta, per alimentare il loro potere attraverso la ricerca continua del menico esterno, che è esattamente il contrario della pace. Perché, come ha detto recentemente papa Francesco a proposito di questa guerra: «Non si costruisce la pace distruggendo l’altro».

In mezzo a questa tragica situazione un popolo, il palestinese, senza futuro. Come lo sono i giovani intervistati nel video “Al Am’ari Social Club” (di cui riproduciamo un estratto sopra, qui invece la versione integrale, tradotta in italiano) che la nostra giornalista Elena Bedei ha realizzato nel 2004, durante i giorni della costruzione del Muro nel campo profughi di Ramallah e della terza Intifada, in un centro sociale sostenuto Terre des Hommes. 

«Riguardando le immagini di questo video che ho ritirato fuori dall’archivio – racconta Elena – viene spontaneo chiedersi che fine avranno fatto quei bambini e quei giovani, ora adulti. Impossibile saperlo. Di certo i loro sogni di una Palestina in pace e una vita serena sono stati infranti».

Nel video gli intervistati parlano in arabo, con sottotiroli in inglese. Di seguito le traduzioni in italiano delle looro parole.

Psicologa-insegnante

«Stiamo realizzando un’attività con I bambini per permettere loro di esprimersi. Ho detto loro di immaginarsi all’interno di un pallone e di scegliere il posto dove desiderano andare e poi di esprimere quest’idea col disegno. La maggioranza dei bambini ha immaginato di essere in luoghi come case grandi e belle al mare, nello spazio, nei villaggi di origine delle loro famiglie a Loth, a Jaffa. Molti altri hanno immaginato luoghi diversi da quelli dove vivono, cose che non fanno parte della loro vita quotidiana».

Dirigente del centro sociale

«Questo progetto se ne verrà fatto buon uso e se proseguirà la relazione con i nostri partner, ha permesso al centro di fare un grosso salto di qualità e di migliorare l’organizzazione».

Ragazza volontaria

«Il futuro per noi è molto lontano forse si realizzerà o forse no, se guardo in avanti vorrei finire l’università e conseguire un diploma per essere utile alla comunità, contribuire all’avanzamento economico del paese e vedere una Palestina libera e indipendente, la fine dell’occupazione e delle barricate e dei check point».

Ragazzo volontario

«Anche per me è così, vorrei laurearmi e trovare lavoro se le condizioni della Palestina miglioreranno, adesso la maggioranza della popolazione è disoccupata. E poi vorrei sentirmi libero di pianificare il mio futuro senza impedimenti dovuti all’occupazione. Noi abbiamo molti desideri: uno è tornare al luogo di origine dove ogni palestinese sogna di andare. Chi non ci pensa è un uomo senza patria e chi vorrebbe essere senza patria?».

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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