Marilisa D’Amico: «Violenza de genere: denunciare senza esitazioni»

Difficile fare un bilancio dei femminicidi nel nostro Paese. È una tragica contabilità sempre in aggiornamento. Nel 2017 furono 114, al ritmo di uno ogni 3 giorni. Un incedere macabro confermato in questi primi mesi

Difficile fare un bilancio dei femminicidi nel nostro Paese. È una tragica contabilità sempre in aggiornamento. Nel 2017 furono 114, al ritmo di uno ogni 3 giorni. Un incedere macabro confermato in questi primi mesi dell’anno. Un fenomeno che ormai ha le caratteristiche dell’allarme sociale, attraversa tutte le classi ma con un comun denominatore nel profilo degli assassini. Si tratta quasi sempre dell’ex marito o del compagno che teme di essere lasciato definitivamente e non si rassegna alla perdita, non tanto per amore, ma per paura di perdere il possesso della compagna. Inizia allora un percorso di violenze, che può durare anche mesi, talvolta anni, fatto di molestie, aggressioni, botte e sfregi, al cui termine c’è la capitolazione della donna o il femminicidio, talvolta accompagnato anche dalla strage dei bambini e dal suicidio dell’assassino. Di fronte al rincorrersi di fatti come questi si resta sgomenti e se è vero che la strada maestra è quella dell’educazione al rispetto tra i generi, è altrettanto vero che spesso sembra di non fare abbastanza, anche da un punto di vista delle forze dell’ordine e giudiziario. Tesi, questa, in parte sostenuta da Fabio Roia, giudice a Milano e già pm del pool famiglia della Procura. Secondo il magistrato la legge avrebbe bisogno di essere rivista per dotare le forze dell’ordine degli strumenti giusti per intervenire efficacemente, magari facendosi sostenere nella valutazione dei soggetti violenti da esperti criminologi o psicologi, e dando alla magistratura strumenti più incisivi, come l’arresto diretto per chi vìola il divieto di avvicinamento alla vittima.

Per approfondire il tema – come applicare al meglio la legge ed eventualmente migliorarla – abbiamo sentito Marilisa D’Amico, professoressa di Diritto costituzionale, presso il Dipartimento di Diritto Pubblico Italiano e Sovranazionale, coordinatrice scientifica di un Corso di perfezionamento in Pari Opportunità e discriminazioni alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano. Oltre che da sempre impegnata come avvocato nella difesa dei diritti e contro la violenza di genere.

Professoressa, da quanto emerge dalla cronaca di questi ultimi anni, i femminicidi sono quasi sempre l’ultimo atto di un percorso di violenza noto a forze dell’ordine, parenti, servizi sociali, avvocati, giudici… Nonostante questo, come mai si arriva sempre tardi? Non è possibile consentire interventi dello Stato anche in assenza di querela?
«Questo tema rappresenta uno degli aspetti più problematici e drammatici nel contesto del contrasto alla violenza di genere, con specifico riguardo a quelli che per la legge sono atti persecutori. Accade infatti che a seguito di minacce e molestie ripetute si arrivi all’omicidio della vittima. Il Codice penale (art. 612-bis) prevede che il reato di atti persecutori sia procedibile solo quando la persona offesa prenda la decisione di avviare il procedimento penale, attraverso una querela. Può accadere che le vittime ritirino la querela, perché sottoposte a pressioni di diverso tipo. Per questo si sta ragionando se rendere la querela irrevocabile. Ma al momento non è così. In questo contesto, sebbene simili condotte persecutorie possano ben costituire fatti notori per le forze dell’ordine e anche per i parenti e gli amici della vittima, oltre che per i servizi sociali, in assenza di una specifica modifica normativa del regime di procedibilità è difficile immaginare un intervento che prescinda dalla presentazione della querela. Esiste però la possibilità per la vittima di stalking o violenze domestiche di richiedere un ammonimento della persona violenta. Si tratta di un istituto alternativo alla querela con cui il questore ammonisce oralmente il soggetto, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge. Il mancato rispetto di tale invito, rende le successive condotte procedibili d’ufficio, fino alla denuncia alla Procura della Repubblica».

Anche in caso di querele, la sensazione è che forze dell’ordine e magistratura non siano attrezzate per interventi efficaci e che l’approccio sia troppo burocratico.
«Data la natura della condotta persecutoria che può precedere l’omicidio, costituiscono un aspetto di cruciale importanza la formazione delle forze dell’ordine, dei servizi sociali e dei centri antiviolenza, chiamati a guidare e accompagnare le vittime di atti persecutori, ma anche di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.). Così come le ampie campagne di sensibilizzazione e di informazione, che dovrebbero rendere pienamente consapevoli sia le vittime stesse sia le persone a queste vicine non solo dell’esistenza di determinati reati, ma anche e soprattutto dei relativi strumenti di protezione, con la conseguenza di garantire un’applicazione concreta delle previsioni di legge».

Come rendere più efficace la misura del divieto di avvicinamento, spesso violata?
«La misura del divieto di avvicinamento può rappresentare uno strumento efficace al fine di attenuare o eliminare le condotte di molestia e minaccia nei confronti della persona offesa, sebbene gli atti persecutori possano non arrestarsi nemmeno a fronte della richiesta di ammonimento che precede la presentazione della querela. È però indubitabile che in un contesto sociale maggiormente consapevole sia possibile una drastica diminuzione delle condotte violente. A questo riguardo sono importanti le iniziative volte a diffondere una vera cultura della parità fra i generi, a partire dai primi gradi di istruzione, con un approccio il più possibile multidisciplinare».

Esiste anche una questione di certezza della pena. Troppo spesso l’uomo violento sfugge alle maglie della giustizia e dopo brevi periodi torna libero a minacciare la ex compagna e i figli. Come fare per dare più sicurezza alle donne?
«La caratteristica specifica delle condotte di atti persecutori e di maltrattamenti in famiglia è quella di protrarsi e continuare nel tempo, a volte anche dopo l’avvio del procedimento penale e l’applicazione di misure cautelari. A questo riguardo, occorre senz’altro valorizzare in modo tempestivo gli strumenti che possono contribuire a fermare simili condotte. Nel lungo periodo, però, è decisivo a mio avviso che venga implementata una effettiva consapevolezza, non solo delle vittime, ma anche dei parenti e degli operatori che alle vittime sono più vicini, al fine di riconoscere fin da subito gli atti penalmente rilevanti, senza sminuirne la portata, con conseguente presa d’atto della necessità di richiedere l’ammonimento orale o di presentare querela. L’efficacia di questi strumenti, infatti, si misura a partire dalla loro tempestiva applicazione».

Siamo appena entrati nella XVIII legislatura: cosa dovrebbe fare il Parlamento per tutelare le donne e cosa dovrebbero fare le donne per fare pressione affinché il tema del femminicidio entri nell’agenda del prossimo parlamento?
«Anzitutto ritengo che il tema del femminicidio e in generale della violenza di genere non sia affatto un “problema” delle donne, ma di tutta la società. Da questo punto di vista, quindi, è interesse di tutti, uomini e donne, la diffusione di una vera cultura che combatta la violenza e promuova la parità fra i generi. Gli interventi normativi in materia, in realtà, dimostrano attenzione da parte del legislatore, tenendo ancora una volta conto delle difficoltà che si pongono laddove si intenda anticipare la soglia di punibilità rispetto a condotte che devono pur sempre avere rilievo penale. Detto questo, una modifica del regime di procedibilità, dalla querela alla procedibilità d’ufficio, potrebbe rendere più pervasiva la risposta dell’ordinamento rispetto a condotte di violenza che, come dimostrano i drammatici e frequenti casi di cronaca, possono condurre anche all’omicidio delle vittime».

 

La strage di Cisterna di Latina

strage latina

La strage di Cisterna di Latina è un caso emblematico di come, sia pure di fronte a segnalazioni di violenze e persecuzioni da parte della vittima, la macchina giudiziaria non abbia funzionato. Antonietta Gargiulo aveva infatti più volte segnalato, anche in commissariato, le sue paure. Sottovalutazioni, superficialità, incapacità di comprendere la gravità della situazione hanno lo stesso consentito che Luigi Capasso a inizio marzo sparasse in faccia ad Antonietta Gargiulo, uccidesse le due figlie e poi si suicidasse.

 

Servizio di orientamento legale

Nei Municipi 5 e 6 è attivo un servizio di orientamento legale, offerto ai cittadini gratuitamente dall’Ordine degli avvocati di Milano, anche per dare le prime informazioni nei casi di maltrattamenti, violenze e stalking.

Per prenotare un appuntamento presso il Municipio 5 di viale Tibaldi, telefonare allo 02/88458508, dal lunedì al venerdì, dalle ore 10 alle 12 e dalle ore 14 alle 16.
Per le sedi del Municipio 6 di viale Legioni Romane 54 e di via San Paolino 16, telefonare per appuntamento allo 02/88455314 o al cell. 3428216979, dal lunedì al venerdi, dalle ore 10 alle 12.

(Aprile 2018)

Cresciuta nei periodici Rizzoli (Natura Oggi, Salve, Anna…), si è occupata di divulgazione scientifica e medica, mentre nella redazione di “A”, fino al 2008 ha curato da caporedattore le pagine femminili del settimanale RCS. Nel 2011 ha collaborato a un inserto benessere di TvSorrisi Canzoni (Mondadori) e ha diretto per circa due anni, sino a dicembre 2018, il mensile Dimensione Benessere. Dal 2012 si occupa del coordinamento editoriale per donnainsalute.it. È il vicedirettore di Milanosud.

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