Violenza giovanile 2.0

Da ricercatore e studioso dei fenomeni comportamentali degli adolescenti credo che sia difficile poter affermare, con certezza, che la violenza tra gli adolescenti e i giovani adulti sia “quantitativamente” aumentata o diminuita rispetto al passato

Da ricercatore e studioso dei fenomeni comportamentali degli adolescenti credo che sia difficile poter affermare, con certezza, che la violenza tra gli adolescenti e i giovani adulti sia “quantitativamente” aumentata o diminuita rispetto al passato che noi adulti ricordiamo. Non ci sono dati oggettivi che ci consentono il confronto. Ci sono, invece, due evidenze: la prima è che oggi questa violenza è più “visibile”, il che è contemporaneamente un bene e un male. Un bene perché c’è più emersione che ci consente, quantomeno, di monitorare meglio il fenomeno; un male perché spesso è proprio la visibilità che fa da volano ad altra violenza. Ma su questo aspetto ritorneremo. L’altra evidenza è che la violenza giovanile ha, in parte, cambiato pelle e scenario. Che le “periferie” (geografiche, sociali, culturali) siano brodo di coltura per la violenza lo sappiamo da sempre. Che i giovani che le abitano scarichino spesso nella violenza le loro frustrazioni ma, soprattutto, il vuoto che vedono davanti a loro, è conseguenza diretta. Di fronte a questa violenza il “che fare” – in teoria – lo sappiamo benissimo. Il problema, enorme, è mettere realmente in pratica idee e strategie virtuose. L’elemento nuovo, invece, è che la violenza giovanile a cui oggi assistiamo sembra essere tracimata dai confini “storici” in cui ci aspettavamo di trovarla e per decenni l’abbiamo di fatto trovata.

Alla base c’è sempre un disagio, ma è un disagio nuovo; è una “variante”, per usare un termine di moda, molto più trasversale e, per alcuni versi, molto più pericolosa.

Ci troviamo di fronte a una generazione fragile – figlia di una generazione di “guastatori” in perenne crisi di nervi – a cui sono stati strappati valori e ideali senza che nemmeno se ne accorgessero; a cui è stato tolto il sano piacere di fare “politica” (e come darle torto) per sentirsi protagonista del suo futuro; a cui la fatalità della pandemia ha poi anche tolto l’unica sua vera ricchezza che era la socialità.

Ci troviamo di fronte a una generazione nemmeno “incazzata”, ma svuotata, e a un disagio collettivo che prende tutti, dalle banlieue alla ZTL, e genera una violenza che non è più (o non è più solo) rabbia o desiderio di “riscatto”, ma “life style”.

Violenza per noia, per pigrizia, per divertimento, per darsi un’identità; violenza spettacolo. E qui ritorniamo alla visibilità, alla violenza che chiama violenza perché, almeno in questo – filmandola, postandola, condividendola e rendendola virale – si deve essere i più “bravi”, in senso drammaticamente manzoniano.

Che fare contro questa violenza? Basta un oratorio? Basta un centro di aggregazione? Bastano, cioè, i “vaccini classici”, efficaci che abbiamo sempre conosciuto o serve anche altro? Sottolineo “anche” perché, a differenza di Omicron, questa nuova “variante” di violenza non ha sostituito la vecchia, ma si è innestata sopra, per cui i “vecchi vaccini” restano strumenti preziosi.

Ma, in aggiunta, cosa serve per far recuperare a una generazione un “senso” che non riesce a trovare da nessuna parte? Adolescenti e giovani adulti hanno certamente bisogno di acquisire fiducia in sé stessi, per misurare il proprio valore su parametri che non siano soltanto performance trasgressive e trasgredenti. Quando – attraverso l’esperienza di Laboratorio Adolescenza nelle scuole (di periferia e ZTL) – abbiamo dato loro piena autonomia nella realizzazione di qualche progetto, proponendoci come consulenti in caso di necessità e non come direttori d’orchestra, i risultati sono stati straordinari ma, soprattutto, la soddisfazione e la motivazione delle ragazze e dei ragazzi è stata enorme. Ovviamente la nostra esperienza sul campo non ha la pretesa di essere una “ricetta”, ma solo l’indicazione di un ingrediente che può essere utile nella progettazione del nuovo “vaccino”.

Maurizio Tucci è nato a Potenza si è laureato in Ingegneria presso l’Università di Bologna e vive a Milano dal 1992. Lavora nel campo della comunicazione e della ricerca sociale. Ideatore e curatore dell'indagine "Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani" realizzata annualmente dalla Associazione no-profit “Laboratorio Adolescenza”, di cui è fondatore, e dall’Istituto di Ricerca IARD. È Presidente della Associazione “Laboratorio Adolescenza” e membro del Consiglio Direttivo della dalla Società Italiana di Medicina dell'Adolescenza. Giornalista e scrittore, collabora dal 1995 con il Corriere della Sera. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche e saggi e ha scritto tre romanzi.

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