“Zero”, la serie-manifesto dei giovani di una Milano (Sud) che cambia…

Nascono per intrattenere, far sognare e strappare qualche ora di svago in maniera disimpegnata, eppure riescono anche a lanciare sguardi e spunti di riflessione su una metropoli che cambia, come cambiano i rapporti sociali delle

Nascono per intrattenere, far sognare e strappare qualche ora di svago in maniera disimpegnata, eppure riescono anche a lanciare sguardi e spunti di riflessione su una metropoli che cambia, come cambiano i rapporti sociali delle nuove generazioni. E lo fanno con quella leggerezza che manca a una politica, per contro, sempre più distante e dedita ad interessi privati.

Non a caso una serie televisiva o una forma d’arte in generale talvolta riescono a colpire più di un comizio o una seduta d’aula. Tra le serie di Netflix di questo 2021 però irrompe “Zero”, proprio una che racconta la Milano dei “quartieri” (negativamente chiamati “periferie”), e delle seconde generazioni dei neo-italiani che rispondono al nome di Omar, Awa, Sharif e altri figli di chi con fatica ha cercato di integrarsi, vincendo il pregiudizio e l’emarginazione e ritrovandosi in un ghetto che da Barona diventa adesso il “Barrio”.

Un barrio dove non ci si sente soli e dove ancora esistono aiuto e accoglienza fra chi è sfortunato, ma dove le grandi società immobiliari hanno messo gli occhi. E proprio dove prima sorgeva uno studio di registrazione per artisti del “trap”, un ristorante etnico o più semplicemente un condominio senza manutenzione.

È qui che si gioca, fra il terreno e il sovrannaturale, la storia di Omar, che si divide fra il talento naturale da fumettista e le consegne a domicilio. Ma non è tutto. Sarebbe troppo facile fare un docufilm di denuncia a cui siamo troppo spesso abituati. Se intrattenimento deve essere, allora è proprio la figura di Omar che ci porta fuori dagli schemi grazie a un “particolare”. È talmente timido, al punto di sentirsi invisibile. Per l’appunto come uno “Zero”. E questo aspetto del carattere, come uno straordinario superpotere, lo rende davvero invisibile quando prova forti emozioni.

Con disavventure e incontri pericolosi e situazioni francamente comiche, ma sapientemente soppesate dalla regia a più mani, fra cui spicca Paola Randi, che già raccontò brillantemente la periferia napoletana nel piccolo capolavoro del film “Into Paradiso”. “Zero” è una commedia vincente in 8 puntate, dove si parla di una Milano fuori finalmente dalla cerchia dei bastioni. Siamo nel cuore della Milano Sud che cerchiamo di raccontare anche noi nelle nostre pagine di cronaca cittadina. Siamo nel cuore dei quartieri dove adesso si ascolta il rap e dove ci si saluta al ritmo di slang come “bro” e “fra”. Ma soprattutto si lancia la tesi secondo la quale per quanto un quartiere come il Barrio possa essere isolato e distante dallo scintillare delle luci del centro, ciò non significa che non abbia il suo fascino che spinge i ragazzi stessi a battersi per difenderlo da chi vorrebbe solo monetizzare o, peggio ancora, creare quel degrado che poi giustifica nuovi insediamenti per i più fortunati e facoltosi.

“Zero” è la serie che inneggia ad una inclusione e un’apertura mentale verso le nuove etnie e rapporti umani, da vivere senza il pregiudizio sociale e la provenienza. Complice un cast giovanile di attori promossi a pieni voti solo per l’empatia che riescono a creare fra il proprio personaggio e noi che in fondo abbiamo tutti nel cuore un proprio “Barrio” fatto di amici e ricordi di famiglia. Aspettando con trepidazione la seconda serie, salutiamo “Zero” proclamandola la serie-manifesto di questa Milano (Sud) in evoluzione.

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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